La mediazione, pur considerata una tecnica giuridica recente, trova la sua origine in tempi
remoti, sviluppandosi nelle diverse culture e civiltà; basti pensare che già Confucio, nella Cina del V sec. a.C., invitava le parti in lite a non rivolgersi ai tribunali, bensì a un paciere qualificato che li avrebbe assistiti nel raggiungimento di un accordo: così da evitare inutili sofferenze o incomprensioni dovute alla logica processuale.

La mediazione nel mondo

Le radici della mediazione, intesa come intervento conciliativo, possono dunque reperirsi già nelle antiche tradizioni dei paesi orientali, ove si ricorreva a un mediatore per risolvere i conflitti sorti all’interno di piccole comunità. Può apparire sorprendente che in Cina, con una popolazione che supera il miliardo di abitanti, operino tuttora quasi un milione di mediatori che aiutano i disputanti a risolvere, in modo responsabile, le loro divergenze o quanto meno ad attenuare la litigiosità e le cause che hanno portato alla lite.
In Giappone, paese di forte tradizione buddhista, si prevedeva fin dall’antichità l’elezione di
un mediatore in seno all’assemblea degli anziani, attribuendogli un ruolo prevalentemente
conciliativo, adempiuto privilegiando modalità volte a favorire l’incontro e il dialogo tra le parti in conflitto. Attualmente in Giappone la figura del mediatore, dotata di una propria autonomia professionale, è considerata tra le più autorevoli e prestigiose e trova applicazione in vari ambiti (sociale, familiare, commerciale, culturale), tranne che in quello penale.

in America e in Gran Bretagna…

Nel continente americano furono i Quaccheri a utilizzare per primi la mediazione al fine di
risolvere o appianare controversie che nascevano, in prevalenza, da crisi matrimoniali e
commerciali. Verso la metà del sec. XIX in Gran Bretagna furono istituiti i primi Boards of
Conciliation, quali organi deputati a risolvere conflitti sorti tra imprese e società. Agli inizi del novecento, sempre nel Regno Unito, la mediazione inizia a occuparsi principalmente di situazioni familiari che vivono gravi crisi. Oltre a cancellieri dei tribunali e assistenti sociali, ricoprivano il ruolo di “conciliatori-mediatori” anche ecclesiastici e ministri dei diversi culti ammessi a operare nel territorio inglese.

La mediazione come incontro e dialogo

E’ facile apprezzare le potenzialità dell’istituto della mediazione in materia criminale.

Rispetto al diritto e al processo penale, strutturalmente orientati ad accertare i fatti e punire in una prospettiva statica che muove dalla superiorità della legge e del giudice nel momento in cui irroga la sanzione, la mediazione rappresenta un processo dinamico che si sviluppa tra il colpevole e la vittima, entrambi protagonisti del loro confronto in una prospettiva di riparazione. La differenza fondamentale tra i due strumenti risiede proprio nel diverso ruolo che si attribuisce in essi al dialogo e all’incontro tra l’autore e la vittima.
Le norme del processo penale mirano, quasi esclusivamente, all’analisi di eventi accaduti
per appurare verità che appartengono al passato. La mediazione invece cerca di far riscoprire la verità, al reo e alla vittima, in termini di attualità relazionale, sollecitando un processo dinamico all’interno del quale si crei un maturo confronto responsabilizzante, riferito anche a valori etici.
Per tale ragione, la mediazione costituisce una delle manifestazioni più concrete della giustizia riparativa.

L’esperienza italiana

La mediazione penale trova spazio quasi esclusivamente in ambito minorile, attraverso gli ambiti di discrezionalità concessi al giudice dagli artt. 9 e 28 d.P.R. 448/88 quanto allo studio della personalità del minorenne e alla definizione del programma di “messa alla prova”. La possibilità del ricorso alla mediazione penale viene espressamente prevista, tuttavia, solo all’art. 29, 4° co., d.lgs. 274/2000 sulla competenza penale del giudice di pace, quale strumento orientato a promuovere la remissione della querela per i reati che la prevedono. Attraverso la mediazione si offre all’agente di reato e alla vittima la possibilità di rielaborare l’esperienza del danno arrecato o subito, superando la dimensione della sofferenza insita nel conflitto stesso. La mediazione penale tende quindi a inserire il reato all’interno di un contesto relazionale, evitando il cristallizzarsi sia delle motivazioni che hanno portato l’individuo a delinquere, sia del senso di dolore e di ostilità riscontrabili nella vittima.

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