La storia di un pensatore indiano

Un giorno, un pensatore indiano fece la seguente domanda ai suoi discepoli:
“Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?”
“Gridano perché perdono la calma”- Rispose uno di loro.
“Ma perché gridare se la persona sta al suo lato?”-  Disse nuovamente il pensatore.
“Bene, gridiamo perché desideriamo che l’altra persona ci ascolti”- Replicò un altro discepolo.
E il maestro tornò a domandare: – “Allora non è possibile parlargli a voce bassa?”
Varie altre risposte furono date ma nessuna convinse il pensatore.
Allora egli esclamò:
“Voi sapete perché si grida contro un’altra persona quando si è arrabbiati? Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare.
Quanto più arrabbiati sono, tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l’uno con l’altro.
D’altra parte, che succede quando due persone sono innamorate?
Loro non gridano, parlano soavemente. E perché ? Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola.  A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano solamente sussurrano. E quando l’amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare,
basta guardarsi.  I loro cuori si intendono.
È questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano.”
In fine il pensatore concluse dicendo:
 
“Quando voi discuterete non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perché arriverà un giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per tornare.”
Mahatma Gandhi

Il termine “mediterraneo” rimanda direttamente all’immagine del nostro mare, «richiamando ai colori, ai sapori, ai profumi, ai mestieri della nostra terra mediterranea. Richiamava il clamore delle emozioni che risuonavano nella stanza di mediazione, agitate come le onde» (Anna Coppola De Vanna).

Il modo di litigare dei mediterranei

“MA NOI IN ITALIA LITIGHIAMO COSÌ!”

“Non ci interessa trovare un accordo immediatamente;
…dobbiamo prima di tutto litigare!”

Ho sorriso quando ho ascoltato questa affermazione per la prima volta; ho sorriso perché nulla è mai stato più vero.

Noi mediterranei “litighiamo forte”: urliamo, gesticoliamo e voltiamo le spalle al nostro interlocutore. Oppure, semplicemente non parliamo: rimaniamo in silenzio mentre l’altro ci parla. Non rispondiamo e forse neppure lo ascoltiamo. Cercare una soluzione? “Poi si vedrà, adesso sono arrabbiato … Appena mi passa!” Perché tanto poi passa, o forse no!

 

Il modello mediterraneo di mediazione

(Video realizzato dalla Dott.ssa Marianna Bini- Intervista alla Dott.ssa Anna Coppola De Vanna, psicologa e psicoterapeuta, Presidente della Cooperativa C.r.i.s.i. di Bari e fondatrice del Modello Mediterraneo di Mediazione)

Il modello mediterraneo di mediazione è il modello alternativo ad un modello “americano” riconosciuto come un processo di problem-solving, cioè mediare attraverso la risoluzione dei problemi che si presentano, per raggiungere un accordo. Tale modello non sembra essere attento alla storia, ai vissuti, ma fa riferimento, legittimamente, al problema e alla sua immediata risoluzione.

Questa modalità non sempre risulta essere efficace se pensiamo che esiste un modo tutto diverso di litigare che sembra essere tipicamente mediterraneo: esplosione di sentimenti, di emotività, di emozioni negative come la rabbia, la delusione, il senso di fallimenti.

«Abbiamo pensato che la nostra mediazione avesse delle caratteristiche differenti!»

La Dott.ssa Anna Coppola De Vanna ci racconta che esiste un luogo molto vicino a noi che è il MEDITERRANEO: è un luogo di contaminazioni, attraverso le quali si superano gli antagonismi e i conflitti.

Perché il mediterraneo?

Il termine mediterraneo nasce proprio dalla consapevolezza della Dott.ssa Coppola De Vanna che vi è bisogno di rincontrarsi ancora, di attraversare il conflitto, così come attraversiamo il nostro mare, per trasformare lo scontro in incontro. L’incontro diventa una forma di condivisione, il riconoscimento dell’altro e di me stesso, delle nostre storie. Sono le storie e le emozioni messe in comune a permettere il riconoscimento reciproco. E’ il potere della condivisione a permettere l’accoglienza delle persone, il riconoscerle, il rispecchiare le loro emozioni. Il contenuto della contesa non interessa molto. E’ importante comprendere, invece, ciò che veicolano quei contenuti e quelle storie: le difficoltà, le fatiche del vivere …

Lo stile compassionevole del team

“Accogliere tutto questo necessita di un contenitore ampio: un contenitore che possono costruire più mediatori insieme, piuttosto che un mediatore da solo”.

Il team è chiamato ad avere uno stile compassionevole. Compassionevole nel senso del provare, del sentire, insieme ai mediati, le emozioni, il pathos che quel particolare evento conflittuale, ha provocato nella loro storia. Neutralità significa non stare né con l’uno né con l’altro, ma al contrario, stare sia con l’uno che con l’altro.

I mediatori devono entrare in punta di pieni nelle vite degli altri e “sporcarsi le mani”.

Perché  è un po’ come fare il pane: vengono aggiunti gli ingredienti un po’ per volta e un po’ alla volta, lentamente, viene aggiunta l’acqua che permetterà a tutti gli ingredienti di amalgamarsi tra loro. L’acqua, elemento indispensabile duramente la preparazione del pane, non sarebbe nulla se non guidata e accompagnata dal lento movimento delle mani.

 

(Tratto da Mediares – semetrale sulla mediazione 1/2003 – Dossier sulla mediazione A. Coppola De Vanna)

 

1 commento

  1. Cosa è rimasto nella mia valigia di mediatore? È tutto nei bordi, al centro solo caos. Non sono stata capace di fare il pane, l’ho impastato troppo velocemente ed è impazzita la massa. La matassa da arrotolare? È ormai un gomitolo tra le zampe di un gatto. Io stessa sono piena di graffi.
    Bello questo vostro blog. E quando finiranno i miei disastri mi piacerebbe venire a trovarvi.
    Sono stata un’allieva della MAESTRA anche io…
    Se mi vedesse non so cosa penserebbe di me…

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