I padri Costituenti, presbiti parafrasando la definizione di Calamandrei, avevano previsto che il Dettato costituzionale avrebbe cambiato l’universo carcerario.

Il sen. Celeste Bastianetto pronunciò, in seno all’Assemblea Costituente, un vibrante discorso in cui annunciava la “futura riforma carceraria”, ricordando anche la dolorosa esperienza che alcuni Padri avevano fatto nella cella.

 

L’on. Maffi propose un emendamento in cui faceva espresso riferimento “all’ambiente carcerario organizzato conformemente al bisogno sociale di rieducazione del condannato” avvertendo che – La pena, di per se stesso, non può tendere alla rieducazione ma è l’ambiente in cui la pena si sconta che può rieducare il condannato.

Quindi senza una riforma carceraria la rieducazione rappresenta una vuota e retorica enunciazione di principio. La ragione profonda di questa inerzia legislativa era dovuta a quella fatale, insanabile censura, tutt’ora esistenti, tra il carcere e la società civile. Il carcere si pone come non luogo! L’universo carcerario ignorerà, per quasi trent’anni la Costituzione e sarà disciplinato, fino alla riforma del 1975, da un vecchio Regolamento Fascista ma soprattutto dalle sue prassi eterodosse fatte di illegalità, violenza, corruzione e sopraffazione.

Bisogna attendere gli anni della contestazione contro le cosiddette istituzioni totali come fabbriche, manicomi, carceri, dobbiamo aspettare gli anni settanta con le prime sanguinose rivolte carcerarie, perché si parli del problema carcere e della sua improcrastinabile riforma. La riforma costruisce il trattamento rieducativo su almeno tre principi: individualizzazione, osservazione scientifica e riduzione al carcere in extrema ratio.

IL CARCERE è la coscienza sporca del sistema penale.
L’emergenza carcere non è soltanto un problema giuridico quanto e soprattutto un problema culturale.
Il carcere si pone come il non luogo!

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