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Capitolo 1
Carcere: alla scoperta di un universo parallelo

“Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”
(Giovanni Paolo II)

Si dice che la civiltà di un Paese si misuri osservando le condizioni delle sue carceri. E allora mi sono chiesta: noi quanto siamo realmente civilizzati?

Sono entrata in carcere, l’ho osservato da vicino, fianco a fianco con la polizia penitenziaria, conoscendo persone e situazioni che mi facevano tornare a casa pensando e ripensando a quella sorta di “universo parallelo”.

Oggi i mass media sono diventati, probabilmente (e/o sfortunatamente), il più importante veicolo per la costruzione culturale del crimine e dei criminali. Il problema è che, generalmente, occorre una ragione eclatante perché i media puntino i riflettori sul carcere. Questa attenzione marginale contribuisce alla diffusione degli stereotipi sociali più comuni attorno alla figura del soggetto deviante.

È necessario, invece, che si producano pratiche, strumenti e conoscenze che si propongano al dibattito pubblico direttamente dall’interno del carcere. È necessario dare la possibilità di fare buona informazione anche a quei “mostri”, così descritti dai media per contribuire a focalizzare l’attenzione sul problema “sicurezza” nel nostro Paese.

E a cosa servono gli operatori sociali, se non a cercare di ridare la parola a chi non ce l’ha piu’?

Se le persone arrivano a commettere reati, è giusto che la giustizia le condanni, e forse è giusto che lo faccia anche il resto della società, ma l’educatore, lo psicologo, l’assistente sociale, NO! Non si può giudicare senza conoscere. Non si può condannare senza prima cercare di capire. E quanto può essere difficile arrivare nel profondo dell’anima di una persona? Senza dubbio è un lavoro duro, che richiede forza, preparazione e una buona dose di sensibilità.

Basta un niente per cadere in errore, così come basta un niente per vestire uno stereotipo, perfettamente cucito con i pungenti aghi del pregiudizio.

Le mie parole non vogliono essere un tentativo di “muovere a compassione”. La compassione è triste e non è produttiva. Non voglio nemmeno che appaiano come una giustificazione o come finto buonismo. Vorrei solo che si provasse a capire.

Più si darà fiducia più si vedrà il cambiamento. Sicuramente sarà necessario molto tempo prima che questo cambiamento diventi visibile, ma credo che si possa fare. Nel carcere domina la rassegnazione, la legge del “non si può fare”, anche di fronte a proposte assolutamente ragionevoli. Affermare invece che “si può fare!” deve essere il messaggio da dare ai diretti interessati e alla società in generale.

Durante la mia esperienza, il mio modo di vedere il carcere è cambiato più volte. E devo ammettere, con molto dispiacere, che siamo ancora lontani dal modello di pena che si è tentato di costruire nel corso degli anni.

Il carcere è ancora quello dell’ergastolo (che non è molto lontano dalla pena di morte), dell’isolamento e delle umiliazioni.

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Capitolo 2
Silenzio: il muro più alto della prigione

Il carcere oggi è tornato ad essere luogo dei poveri. Ed è proprio qui che il bisogno di comunicare appare così forte, impellente e incalzante.

Purtroppo, troppo spesso, l’universo carcerario finisce per essere un mondo disumanizzato, dove la parola, la comunicazione, anche quella con se stessi, smettono di essere come comunemente le conosciamo, per diventare qualcosa di irreale: il non-essere. Per diventare assenza.

L’ingresso e la permanenza in carcere, l’allontanamento dalla famiglia o eventi a questa riconducibili, possono portare l’individuo a superare la “soglia di resistenza” alle difficoltà personali e ambientali.

Come dimostrano diversi studi, la mancanza di stimoli sensoriali, l’impossibilità di comunicazione e la mancanza di contatti con altri significativi, provocano sofferenze psichiche e fisiche come la paranoia, l’ansia, la depressione e il sensibile aumento della tendenza al suicidio.

Al momento dell’ingresso in carcere, il detenuto si trova ad essere spogliato non solo dei suoi beni, ma anche di gran parte di ciò che è, dei suoi punti di riferimento, del gruppo sociale con cui condivideva simboli, valori e significati.

Dopo un lungo periodo di reclusione, si assiste ad una diminuzione della frequenza degli atti comunicativi, a causa dei processi di depersonalizzazione e destrutturazione dell’io. Potremmo quasi dire che la privazione della parola – così come siamo abituati ad utilizzarla – rappresenta il muro più alto della prigione.

Tutta la terminologia del re-inserimento ruota intorno al perno simbolico della parola tolta, negata e restituita.

Di fronte ad una tale situazione di “impotenza”, di isolamento e senso di abbandono, l’internato può avere reazioni diverse, in base allo stato mentale, al periodo di detenzione e ad altre variabili. Potrebbe comunicare la propria condizione tramite il silenzio o la parola, l’opposizione o l’adattamento, la partecipazione al programma trattamentale o la protesta. Ma potrebbe succedere anche che metta in atto comportamenti di autolesionismo – forma estrema di comunicazione – per attirare l’attenzione sul suo profondo disagio, reso visibile dal corpo ferito e tagliato. È il corpo di chi non sa come far urlare il suo dolore diversamente.

È importante rendere il pubblico partecipe della ridefinizione del significato sociale della pena; è importante creare condizioni comunicative per cui il disagio non diventi fonte di ostilità. Ed è importante perché i detenuti, da soggetti passivi, diventino interlocutori credibili di un dibattito alternativo.

È fondamentale, pertanto, profondere ogni sforzo per ridurre, sin dai primissimi momenti di permanenza in carcere, il distacco tra il detenuto e il mondo esterno.

Riusciranno gli istituti e le organizzazioni che lavoreranno per il suo reinserimento sociale, a ridargli davvero la parola?

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Capitolo 3
Riconoscere l’altro, riconoscersi umani:
i colloqui e la scrittura

La mia ricerca nella Casa Circondariale e di Reclusione di Campobasso muoveva dall’ipotesi che una più ampia possibilità di esperienze comunicative potesse migliorare le condizioni psico-fisiche di soggetti ad alto rischio di chiusura e disagio psichico, come possono esserlo i detenuti.

È evidente che non si tratta di una realtà facilmente comunicabile, per cui mi interessava capire come vivessero questa situazione le persone all’interno. Quindi, quello che mi sono chiesta è: l’immagine frammentata e surreale cui sono affiancati i detenuti, quali emozioni provoca in loro? Come li fa sentire?

Ho avuto la possibilità di confrontarmi con alcuni di loro. Perché è di questo che si trattava, di un confronto. Io non volevo che le persone che avevo di fronte diventassero parte di un campione. Io volevo imparare da loro, sapere quello che pensavano, le sensazioni che provavano. Pretendevo solo una cosa da me stessa:

sedermi davanti a loro senza pregiudizi. Ascoltare solo per il desiderio di conoscere e comprendere, senza mai giudicare. Volevo che si sentissero valorizzati in quanto singoli e non in quanto parte di una rete più ampia di statistiche, numeri e tabelle.

E così ho cercato di fare.

In base a quanto emerso dai miei colloqui, mi sento di dire che le differenze tra chi ha imparato a raccontarsi, auto-analizzarsi, a conoscersi attraverso la riflessione sulle proprie azioni e chi, invece, è rimasto chiuso nella sua nicchia, chi non è riuscito a trovare un modo per “uscire” dalla cella, per liberare la mente prima del corpo, sono evidenti, anche osservando una piccolissima fetta della popolazione detenuta.

Ritengo, allora, che la chiave per rieducare sia far comunicare il dentro e il fuori, rimettere in contatto la realtà con un mondo che ti fa dimenticare cosa sia la normalità. Ben venga, dunque, la messa in pratica di “buone pratiche” che trasformino il carcere, da luogo di punizione ad opportunità di rinascita realizzando, di fatto, quello che dovrebbe essere già da tempo.

Può essere utile lasciare spazio alla libertà di espressione, in ogni sua forma. Prima di leggere parole scritte da altri, è importante che i detenuti ne scrivano di proprie.

La scrittura offre un “momento di fuga”, incoraggia il pensiero individuale, favorendo auto-analisi ed auto-osservazione e si pone come uno degli scenari più interessanti della prassi educativa all’interno del carcere. Essa acquisisce un valore di sopravvivenza: attraverso il “rivivere” si manifesta il desiderio di vivere ancora, in modo nuovo.

Attraverso la comunicazione il detenuto ha la possibilità di rimarginare se stesso e riempire un vuoto.

Il sé diventa un cantiere aperto, un “lavori in corso”.

Dobbiamo sempre tener presente che COMUNICARE, sapendo di essere ascoltati e non giudicati, rende gli individui liberi di pensare, di produrre idee e rielaborarle.

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Capitolo 4
Rieducare: una porta verso la libertà

Il senso dell’educazione adulta e, in particolar modo, quella del detenuto, va guardata dal punto di vista della vita, dei diversi modi di percepirla e, quindi, viverla.

Se ci aspettiamo che un uomo, con una storia di vita complicata alle spalle, con errori commessi e sogni distrutti, si sieda dietro un banchetto e ci guardi con la voglia di imparare e la curiosità di un bambino, possiamo anche chiudere tutto e andarcene.

Quelle che ci troviamo davanti sono persone che, probabilmente, una volta entrate in carcere, non si aspettano più niente dalla vita.

Ri-educare in carcere significa proprio tirare fuori il meglio da qualcuno che, spesso, è già convinto di non poter essere migliore di quello che è. Allora qual è il compito dell’educatore? Cosa c’è ancora da tirare fuori?

Bisogna far riemergere l’autostima, la voglia di rialzarsi e riscattarsi.

È proprio questo il lavoro più difficile: la ricerca di una spinta vitale, di un briciolo di speranza per il futuro.

L’apertura al mondo esterno potrebbe significare rendersi utile diversamente.

Non si puo’ risocializzare tenendo fuori dalla società.
Manifestare all’esterno il disagio vissuto, attraverso testimonianze, lettere, articoli di giornale, non sarebbe forse utile sia per il detenuto che per la società stessa?

Se da una parte il vuoto quotidiano, l’inquietudine, il senso di fallimento e il forte disagio possono distruggere l’individuo, dall’altra possono anche essere uno stimolo per la ricostruzione di un’identità nuova.

Riappropriarsi di sé è fondamentale in un contesto che tende a togliere e spersonalizzare, a diminuire ed annullare sia gli spazi fisici che quelli psicologici ed esistenziali.

Riusciremo dunque (e finalmente) a diventare più “civili”?

Il detenuto è spogliato del suo passato, gli è dato un presente obbligato, il futuro sarà finalmente la sua rieducazione?

Se dovessi riassumere quello che ho imparato dalla mia esperienza, direi che ho imparato a guardare oltre, ho imparato a vedere l’uomo dietro l’errore e il dolore dietro la ribellione.

 

RINGRAZIO i detenuti che mi hanno dato occhi nuovi per guardare quella parte di mondo, un pezzo di realtà prima completamente sconosciuto.

 

3 Commenti

  1. Per essere una ventiseienne ti faccio i miei complimenti
    Molti veterani educatori ed assistenti sociali non arrivano nemmeno al primo capitolo….
    Fai della tua necessità di aiutare laltro uno strumento per tentare di cambiare il mondo penitenziario.
    Complimenti

    • La ringrazio per le sue parole, sono lusingata. Spero di riuscire a mantenere sempre viva la mia voglia di cambiare le cose che possono ancora essere cambiate.
      Grazie ancora,
      Debora

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