Facciamo un pò di chiarezza circa luoghi comuni purtroppo consolidatisi nel passato, ma fortunatamente in fase di annientamento: un mediatore, nella stanza di mediazione, non è uno psicologo, non è un giudice, non è un avvocato,  non è un assistente sociale e neanche un arbitro.

Ma chi è il mediatore?

E’ un professionista che segue una disciplina distinta:

  • si pone come facilitatore della comunicazione tra due parti confliggenti;
  • ricrea -insieme all’interlocutore e mai per conto dello stesso- schemi nuovi a cui rifarsi, allontanandosi da quelli inficiati che generano conflitti;
  • non stila diagnosi o perizie;
  • è una figura extraprocessuale;
  • non prescrive ricette, non decide chi ha torto o ragione, non giudica e non condanna.

Come opera?

Un mediatore non pensa, non nasconde, non indica, SENTE!

Scava come una trivella nel vissuto dei mediati per ritornare alle “origini”; permette ai sentimenti ed alle emozioni che si celano dietro ad un gesto o un racconto costruiti su prove tangibili, di emergere;                                                                           ascolta i silenzi nel rispetto del “tempo”.

Un bravo mediatore congiunge i punti in comune tra i mediati; restituisce dignità alla vita di ognuno (conseguenza che si riverserà in positivo sulla vita di chiunque entri in contatto con mediati rinati); apre canali di comunicazione bloccati.

Non costruisce percorsi sul piano antagonista “vincitore-sconfitto” e non si sofferma sui “fatti accaduti”; non cerca il vero o il falso di “questa e quell’altra storia”, ascolta con pathos “questa e quell’altra storia”.

Ed è proprio grazie a questo sguardo di totale partecipazione sul piano affettivo che non può nascondere al mediato ciò che sente e le emozioni che, nel “qui e ora”, rivivono prendendo vita e donando un senso a tutto.

Oltre il “Fatto Accaduto”

 Riconosce le emozioni allontanandosi dai “fatti”

Allontanarsi dai “fatti accaduti” e viaggiare nella dimensione dei sentimenti è la prima regola che interiorizza un mediatore con l’animo scevro da ogni pregiudizio. Infatti, un mediatore preparato riconosce nel mediato quell’espressione del viso, quella gestualità, quella parola chiave detta con impeto -a volte sgarbata, altre volte sincera e piena di pietà- li riconosce come gesti familiari, già visti o già utilizzati, comuni a tutti quando si è nervosi, paurosi o impazienti. Interiorizza e poi traduce, utilizzando i vocaboli giusti che accomunano le storie di tutti e che restituiscono dignità alle storie di chiunque.

“Sento il dolore nel suo racconto… o sofferenza.. o ancora tristezza, nostalgia, felicità, orgoglio, solitudine, delusione, rabbia”.

Sostantivi che fanno la differenza. Sostantivi che annullano i “fatti” e restituiscono il senso profondo di una determinata azione che a volte appare incomprensibile, ma semplicemente umana.

 

L’equidistanza

Definito spesso come: “soggetto terzo imparziale e neutrale”, il mediatore sa esattamente come gestire il concetto di equidistanza. Senza fatica e difficoltà si pone al centro, anche in senso fisico, tra i due mediati al fine di accogliere i bisogni di entrambi e riconoscerli come degni di ascolto.

In questa posizione un mediatore individua i reali bisogni di ognuno e, dandone una giusta lettura, aiuta l’interlocutore a comprendere ciò di cui ha realmente bisogno.

Le verità NON assolute

I mediati entrano nella stanza di mediazione convinti che solo la propria verità sia “la verità vera”, degna di approvazione, universale, coerente, giusta.  Eppure così non è, così non può essere ed un mediatore possiede gli strumenti per sdoganare queste convinzioni leggittime, ma spesso controproducenti.

Per dirlo con le parole della Fallaci un mediatore parte dal concetto base che “nella vita ogni cosa è fatta di tre punti di vista: il mio, il suo e la verità” e cerca, attraverso l’ascolto delle emozioni (universali, giuste e sempre degne di ascolto e comprensione) di veicolare messaggi e “gesti nell’aria” trasformando le richieste in bisogni.

Ha senso tutto questo?

La fattibilità

Oltre a riconoscere i sentimenti, un bravo mediatore deve sempre valutare la fattibilità dell’intervento. Infatti, la formazione propria di un mediatore mira a riconoscere quando la mediazione è un vicolo cieco che non porta da nessuna parte e quando è necessario l’intervento di altro professionista. Non sempre le coppie ritornano insieme, non sempre madre e figlia ritornano a parlarsi, non sempre la mediazione è il giusto percorso da seguire: tutto avviene nella completa volontarietà dei mediati “garantendo” sempre i necessari presupposti.

 

Valuta la necessità di un cambio di rotta ed interventi alternativi

E’ importante ricordare che…

I veri protagonisti della mediazione sono i mediati stessi che, oltre ad arrivare nella stanza con sottobraccio “la piramide dei bisogni”, varcano la soglia con le loro consapevolezze e predisposizioni a venirsi in contro. Sarà sempre il mediato, esposte le proprie criticità, i suoi perché e quelli di nessun altro, ad illuminarci sul quando, su cosa, perché e come bisognerà camminargli accanto.

Fondamentale ed avvincente sarà il “come” comunicare ai mediati l’assenza dei presupposti affinché il percorso di mediazione porti a dei risvolti.

Questo tipo di conclusione del percorso è molto delicata in quanto può essere vissuta dall’altra parte come una sconfitta (per il mediatore le conseguenze possono essere le stessa, ma di questo mi piacerebbe parlarvene in un altro articolo), anche in questo caso sarà la preparazione del mediatore a vincere sulle circostanze delicate.

Basterà scegliere lo strumento giusto riposto nella “valigia del mediatore” e l’angoscia di quel momento potrà tramutarsi in forza.

Personalmente, riconosco nell’utilizzo delle “metafore”, come “trasposizione simbolica di immagini”, il giusto mezzo, ma sarà il “qui ed ora” a dettare la “giusta mossa”.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci qui il tuo nome

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.