I disturbi dell’alimentazione possono essere definiti come persistenti disturbi del comportamento alimentare o di comportamenti finalizzati al controllo del peso, che danneggiano la salute fisica o il funzionamento psicologico.

L’eccessiva importanza attribuita all’alimentazione, al peso, alle forme corporee e al loro controllo è considerata la psicopatologia centrale sia dell’anoressia nervosa che della bulimia nervosa.

Questi disturbi sono denominati con l’acronimo di DCA (disturbi del comportamento alimentare).

 

Perchè esistono questi disturbi?

Nella società attuale la figura femminile è sottoposta a richieste spesso inconciliabili e contraddittorie che le impongono d’essere moglie e madre premurosa, donna attraente, curata e allo stesso tempo la spingono a competere intellettualmente con gli uomini. Un’eccessiva preoccupazione per le forme corporee, il controllo dell’atto del mangiare, il pensiero del cibo, diventano facilmente comportamenti ossessivi che possono nascondere una patologia più profonda.

I disturbi del comportamento alimentare interessano anche il mondo maschile, seppure in modo minore, ed evidenziano l’evoluzione di un contesto culturale che riduce sempre più le differenze tra i ruoli maschile e femminile.

 

Anoressia nervosa

L’anoressia nervosa è un disturbo mentale, che fa parte della numerosa famiglia dei disturbi del comportamento alimentare (DCA). Il termine anoressia indica “la perdita dell’appetito”.

La prima evidentissima caratteristica delle persone affette da anoressia è l’estrema magrezza fino alla macilenza. Tradotto in termini biometrici, il loro Indice di Massa Corporea si presenta generalmente inferiore a 16, quindi decisamente sotto la media.
I criteri diagnostici per l’anoressia nervosa evidenziati dal DSM IV sono:

  • Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per l’età e la statura.
  • Intensa paura di acquistare peso o di diventare grassi, anche quando si è sottopeso.
  • Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo.
  • Nelle femmine dopo il menarca, amenorrea, cioè assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi.

 

Bulimia nervosa

La parola bulimia deriva dal greco e significa letteralmente “fame da bue”. Tale metafora riflette il modo in cui molte pazienti affette da disturbi bulimici vivono il cibo: come una funzione inferiore e degradante, un bisogno bestiale incontenibile e minaccioso.
I criteri diagnostici per la bulimia nervosa evidenziati dal DSM IV sono:

  • Ricorrenti abbuffate, ovvero mangiare in un periodo di tempo definito, una quantità di cibo maggiore di quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso tempo.
  • Ricorrenti e inappropriate condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso, come vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici, digiuno o esercizio fisico eccessivo.
  • Le abbuffate e le condotte compensatorie si verificano entrambe in media almeno due volte alla settimana, per tre mesi.
  • I livelli di autostima sono indebitamente influenzati dalla forma e dal peso corporei.

anoressia e bulimia


“La mia malattia non era un demone, un mostro alieno che mi lacerava dal di dentro. La mia malattia ero io.
Ero io, una me spaventata, una me bambina che faceva i capricci, che aveva capito che, talvolta, è necessario scomparire per esser visti.”

 

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Ma quali sono le cause?

Le cause che portano allo sviluppo dei disturbi dell’alimentazione sono multiple. Esistono delle cause predisponenti di natura sia biologica, che sociale, che psicologica su cui si sovrappongono ad un certo punto dei fattori scatenanti che portano allo sviluppo della malattia.
Tra i fattori scatenanti vi sono:

  • il sottoporsi a diete ferree
  • La difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti e agli eventi stressanti che la vita impone.

Come curare i “disturbi alimentari” ?

Bisogna agire su tre livelli: familiare, psicologico e nutrizionale.
Familiare: i ragazzi che soffrono di disturbi alimentari hanno bisogno del sostegno e del supporto della famiglia. Anche in strutture specializzate, se necessario.

Psicologico: bisogna comprendere che si tratta di una forma di dipendenza, come la droga e l’alcol, e che come tale va affrontata.

Nutrizionale: è necessario ed importante riuscire ad insegnare il valore ed il senso del cibo.

 

bimbo che mangia

Come prevenire i disturbi alimentari dei bambini nella prima infanzia?

  • Essere consapevoli del valore del crescere, prendersi cura, nutrire ed educare, non dimenticando che i figli sono dei soggetti, diversi da noi, ma soprattutto unici.
  • Una mamma ed un papà devono possedere le capacità di ascoltare ed intuire lo stato emotivo dei propri figli, in modo da poter dare i giusti consigli e suggerimenti ai propri piccoli.
  • Nutrire, al seno o al biberon, implica sempre una relazione ed uno scambio affettivo tra due soggetti: il primo incontro con il cibo è un incontro con l’amore.
    Un lattante infatti non è solo nutrito nel pancino, ma si nutre di un particolare cibo che incontra grazie a chi gli offre il latte e che risponde alla domanda d’amore del piccolo.
  • E’ utile non confondere il pianto legato alle esigenze fisiologiche del bambino piccolo (come la sete, fame, sonno…) con quello che invece esprime il desiderio proprio dell’età infantile di una vicinanza affettiva con gli oggetti d’amore. Soprattutto nella prima infanzia è bene quindi non “strumentalizzare” mai l’alimentazione, cioè non ricorrere al riempimento della bocca dei bambini come unica e sola risposta dell’adulto; ricordare quindi che esistono molti altri modi per offrire vicinanza, conforto e cura.
  • Se il piccolo incontra momenti di difficoltà, di disordine emotivo o di paura può esprimerli attraverso il cibo con periodi di inappetenza, di diffidenza e/o rifiuto del latte e della pappa.
  • L’insistenza del cucchiaino genera sempre nell’altro una resistenza. Per questo è importante evitare risposte esasperate affinché non si crei un circolo vizioso che può rafforzare le difficoltà o il rifiuto del cibo del piccolo.
  • Evitare di dimenticare che l’atto nutritivo veicola per il bambino messaggi affettivi. Offrire il seno ed il biberon come segno dell’amore e della devozione, concilia nel piccolo l’atto alimentare con le esigenze affettive e di contatto.
  • Quando il bambino acquisisce un minimo di autonomia, è utile permettergli di sperimentare e scoprire le molteplici esperienze sensoriali connesse all’ alimentazione: il cibo non è solo buono o cattivo, ma può essere morbido, croccante, aspro, salato, dolce ma anche bianco, rosso, verde, profumato o inodore ecc..

 

Qual è il ruolo dell’assistente sociale?

Le linee guida nazionali e internazionali (APA, NICE) pongono l’accento sul ruolo fondamentale giocato dall’ equipe multidisciplinare nei servizi per i disturbi del comportamento alimentare (DCA).
L’equipe solitamente è costituita da diverse figure: medici, psichiatri, psicologi, nutrizionisti e assistenti sociali, i quali insieme apportano il loro contributo nella programmazione, esecuzione e valutazione del progetto terapeutico.

L’assistente sociale è parte integrante dell’equipe. Il suo principale compito è contribuire all’analisi del bisogno sociale o socio-assistenziale presentatosi in concomitanza con il ricovero della persona e all’ immediata pianificazione e attuazione dell’intervento.
In Italia l’assistente sociale non è presente in tutti i servizi DCA, e mancando una normativa nazionale unitaria e sistematica valida in tutto il Paese, ogni regione adotta delle proprie linee guida e dei protocolli contenenti indicazioni riguardo la prevenzione, il funzionamento di servizi/centri e il personale (equipe) preposto all’accoglienza e alla cura
dei pazienti affetti da disturbi del comportamento alimentare.

L’assistente sociale è un professionista
che opera secondo i principi e
i valori propri del servizio sociale

Un importante funzione dell’assistente sociale riguarda l’accoglienza degli utenti, all’interno del servizio. In particolare effettua una serie di colloqui, informativi (volti allo scambio di informazioni) e diagnostici (al fine di identificare il disturbo e definire il bisogno). Grazie alle informazioni acquisite, insieme all’ equipe, procede con l’analisi, la valutazione ed eventualmente la presa in carico dell’utente.

L’assistente sociale specialista si trova costantemente a “tessere una rete” sul territorio, al fine di creare servizi sempre più in grado di rispondere ai bisogni della popolazione in modo efficace ed efficiente.

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