“Penso che la cosa più eccitante, creativa e fiduciosa nell’azione umana sia precisamente il disaccordo, lo scontro tra diverse opinioni, tra diverse visioni del giusto, dell’ingiusto, e così via. Nell’idea dell’armonia e del consenso universale, c’è un odore davvero spiacevole di tendenze totalitarie, rendere tutti uniformi, rendere tutti uguali. Alla fine questa è un’idea mortale, perché se davvero ci fosse armonia e consenso, che bisogno ci sarebbe di tante persone sulla terra? Ne basterebbe una: lui o lei avrebbe tutta la saggezza, tutto ciò che è necessario, il bello, il buono, il saggio, la verità. Penso che si debba essere sia realisti che morali. Probabilmente dobbiamo riconsiderare come incurabile la diversità del modo di essere umani. ”

– Zygmunt Bauman –

Uno sguardo al termine

Oggi più che mai le parole di Bauman sembrano essere le più adatte per poter affrontare una disamina che abbia per oggetto la tematica dell’inclusione.
Di inclusione si sente parlare ovunque. Oggi si parla di inclusione in ogni dove, si parla di inclusione scolastica, di didattica inclusiva, ma quanto conosciamo davvero questa parola?

L’inclusione è un concetto molto più ampio di quello di integrazione. Essa è l’altra faccia dell’esclusione. E’ quel processo che viene posto come obiettivo nell’Accordo di Partenariato 2014-2020: Obiettivo Tematico 9 – Promuovere l’inclusione sociale, combattere la povertà e ogni forma di discriminazione.

L’inclusione sociale permette ai cittadini di divenire cittadini attivi, ovvero di partecipare alla vita comunitaria senza diventare spettatori passivi. Promuovere l’inclusione sociale significa permettere ad un’ampia fascia della popolazione di poter accedere a risorse economiche che permettano di godere di un livello di vita qualitativamente tale da permettere all’individuo di non incappare nella rete dell’esclusione sociale. Significa non soltanto concedere un contributo economico, ma favorire i legami sociali.

Cambiare la società per favorire l’inclusione

Dopo aver chiarito questo una domanda sorge spontanea: “ma quanto si spende realmente per l’inclusione?”
Forse, anzi quasi sicuramente molto poco.
Il punto è che l’inclusione ci fa paura. Ci fa paura perchè inclusione significa fare spazio nella propria mente a culture, esperienze, tradizioni diverse dalle nostre. Inclusione significa rompere gli schemi per poter ripartire da capo.

Ripartire dagli ambiti, dai contesti e dalle persone, prima di tutto dalla scuola. Quindi, l’inclusione presuppone un cambiamento dell’intera società. Significa abbandonare l’omologazione, per aprire le porte al disaccordo, alla diversità, ad un processo che non è statico, ma dinamico. E’ un processo che secondo Meneghini struttura e destruttura continuamente i contesti sociali e istituzionali. Strutturare una nuova società, per poterla migliorare, per adattarla di volta in volta alla diversità.

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