In ambito filosofico, si sente speso parlare di una teoria che, negli ultimi decenni, molte filosofie hanno definito con la dizione di “Theory of care“.

A chi o a cosa associamo il termine “Cura”?

Senza dubbio, parlando di cura, ci viene in mente l’anziano signore che vive solo, con i segni della stanchezza sul volto, oppure, una bambina che vive in un particolare contesto familiare disagiato o, ancora, le centinaia di persone che ogni giorno attraversano il mare in cerca di salvezza. Ogni immagine a cui pensiamo disegna degli esseri umani che hanno estrema necessità di un sostegno esterno.

Ma siamo davvero certi che la dicitura “cura” possa essere riconducibile solo a persone che manifestano segni della propria vulnerabilità?

Joan Tronto, docente di studi femminili e scienze politiche e attualmente docente di scienze politiche presso l’Università del Minnesota, definisce il termine care come quelle pratiche ed attività in grado di riparare il mondo.

 

La riparazione del mondo

Come possiamo riparare il nostro monto? Cosa dobbiamo includere nella riparazione di una dimensione universale lacerata dalle fratture della crisi, della violenza, delle guerre?

Tronto, assieme ad altre studiose, ha cominciato le sue ricerche partendo dalla decostruzione di stereotipi di genere. Nello specifico, ha speso il suo lavoro cercando di distruggere lo stereotipo che identifica la donna come debole, dipendente, sensibile e l’uomo come autonomo, indipendente, razionale. Insomma, tutte quelle qualità che fanno sì che si guardi agli uomini come a coloro che si dedicano ad attività lavorative aventi un certo grado di responsabilità e indipendenza, mentre alle donne, in quanto docile e sensibile, come a coloro che non possono che dedicarsi alla casa e ai bambini o alla cura di chi è più fragile, adattandosi a realizzare quelle attività lavorative, spesso peraltro mal retribuite, che rientrano nella sfera dei servizi assistenziali.

Come sottolinea la filosofa, siamo tutti vulnerabili e dipendiamo tutti dall’alterità. Infatti, alle volte, capita che colui che vive in maggiore sofferenza e difficoltà tende a voler nascondere il proprio bisogno dell’altro. Ci si crede capaci di poter fare tutto, ma in realtà dietro a quella rassicurante falsa certezza, c’è un bisogno disperato dell’alterità, di essere guardati, capiti.

Scappare da noi stessi.

Perché nascondere le proprie fragilità, se è proprio lo sguardo dell’Altro quello che cerchiamo? Perché pretendere da se stessi l’impossibile se alla fine andremo a sbattere contro il muro dei nostri limiti?
Non c’è scampo! Non possiamo scappare da noi stessi!
Il riconoscimento delle proprie debolezze, in quanto essenza della nostra identità, è qualcosa che scatta in noi solamente nel momento in cui l’altro ci guarda per quello che siamo e ci accetta. Riconoscimento di sé, dunque.

Il senso del riconoscimento

La parola riconoscimento ha, in francese, due significati

  • è il processo attraverso il quale l’uomo si costituisce come persona autonoma, partendo dallo sguardo dell’altro che lo accoglie nel suo essere;
  • è riconoscenza, è quel bisogno di ripagare l’altro per il bene ricevuto.

I due significati del termine, se pure diversi tra loro, si mescolano in svariate sfumature.

Spesso, infatti, il riconoscimento viene richiesto a partire da una precisa condizione, oppure, lasciamo che l’altro ci riconosca senza far sì che vengano deluse le sue aspettative. Desideriamo di essere riconosciuti a tal punto da non riuscire ad essere più noi stessi.

Viene riconosciuto il nostro non riconoscimento.

Otteniamo riconoscimento se diventiamo come dovremmo essere, invece che puntare al senso più profondo dell’essere.

Lo scudo del non – bisogno

La sensazione di non essere accolti per quello che in realtà si è, non permette di cogliere il bisogno di cura. Si tende, a queste condizioni, a non voler essere accarezzati e cullati da quelle stesse persone che non ci hanno mai dato la libertà di essere noi stessi. Creiamo uno scudo fatto di pretese, di non-desideri, di non-bisogni, per nome e in nome di un’onnipotenza che, in maniera latente, uccide e non lascia respirare l’essere.

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