Fino ad ora abbiamo fatto molto spesso la distinzione tra Catalogna e Spagna ma possiamo parlare, in senso generico, di un “Panorama Normativo Spagnolo” in materia di mediazione familiare?

Sì, quello che viene stabilito a livello di legge nazionale le comunità autonome lo devono incrementare.  Le leggi autonimiche si rifanno alle leggi nazionali, un po’ come succede in Italia, dove c’è una legge quadro e poi le leggi regionali. I requisiti sono sempre quelli: il titolo, l’ accreditamento quindi un certo tipo di formazione che non può essere una qualunque formazione e anche la procedura con cui si deriva ai professionisti delle liste. Quindi comunque c’è un organismo centrale che qui è la “Generalità”; in Andalusia immagino la “Junta”; in altre comunità autonome sarà un altro.. ma comunque c’è un organismo centrale che gestisci gli invii del tribunale o le richieste del  privato.

Nello specifico, quali sono i riferimenti legislativi catalani?

La prima legge che viene citata come implementazione della mediazione è una legge del 2005 che introduce delle modifiche nel Diritto di Famiglia a livello di procedimento di separazione e divorzio e parla nello specifico della figura del mediatore familiare.. del mediatore.. ecco perché una cosa importante che ho dimenticato dire è che all’elenco ufficiale puoi scegliere di accreditarti come mediatore familiare o come mediatore civile e commerciale. Io ad esempio avrei potuto accreditarmi anche come mediatore civile e commerciale perché alcune formazioni abilitano anche a quello.

Un unico corso annuale che abilita in mediazione familiare  mediatore civile e commerciale?

Si, Esatto. Pero sinceramente, pensando alla formazione, non mi sentivo che fosse il mio ambito di intervento. Però in teoria, la maggior parte dei corsi abilita anche a quello.

..prima ha accennato a “Los Colegios Profesionales” ..

Si, sono quelli che in Italia si chiamano “Ordini Professionali”. Nel senso che sono gli enti che supervisionano l’esercizio della professione. Qui non esiste esame di stato, ci si accede senza un esame di abilitazione e non è obbligatorio iscriversi. È obbligatorio per certi tipi di esercizio della professione ma ad esempio per un assistente sociale non è obbligatorio il requisito dell’ordine professionale. I dipendenti pubblici non hanno l’obbligo di essere iscritti all’Albo. Neanche lo psicologo in teoria.. c’è chi te lo richiede ma non è obbligatorio. Certo, però, essere iscritti all’Ordine ha i suo vantaggi e le adeguate tutele. Ti offrono formazione e possibilità di accedere alla “Bolsa de Trabajo” ad esempio.. però è una scelta libera.

Le faccio questa domanda perché leggevo che la legge catalana richiede al mediatore, per esercitare tale istituto, un determinato titolo professionale (educatore, assistente sociale, psicologo, avvocato..), esercizio di fatto della professione ed iscrizione nel relativo “Colegio Profecional”..

Questo si. Perché un requisito per iscriversi alla lista ufficiale dei mediatori familiari  è essere appunto un professionista, iscritto al rispettivo Albo. Anzi, la domanda di iscrizione alla lista si presenta proprio al “Colegio Profesional”, sono loro che istruiscono la pratica e curano l’iscrizione alla lista ufficiale. L’esercizio della professione a me, ad esempio, non è stato chiesto e neanche un curriculum o avere esperienza reale in mediazione, pero l’iscrizione all’Ordine si.

Quindi a lei non è stato richiesto l’esercizio della professione.. potrebbe infatti sembrare discriminante per chi non esercita di fatto o ha smesso di esercitare..

Secondo me è molto relativo qui. L’iscrizione al “Colegio” non è vincolante, in realtà anche un professionista che non esercita si iscrive e accede senza problemi all’elenco dei mediatori. Il problema è un altro.. e l’ho vissuto sulla mia pelle, quando arrivai qui (sorride). Immagina che arrivai a Barcellona con un titolo italiano, tra l’altro molto serio di tre anni, con interventi reali fatti con formatori e simulazioni e.. scopro che a me non valeva niente. Privatamente potevo aprire il mio studio privato ma se volevo accedere alla lista dovevo necessariamente aver preso parte ad una delle formazioni accreditate. Sinceramente mi “caddero le braccia” (ride) perché pensai altri tre anni di formazione, con tutto quello che comporta di spese… Parlai anche con l’Ordine degli Psicologi ma del resto avevo un master in mano e il master non è possibile omologarlo. La carriera universitaria si ma il master no. Alla fine ho avuto la fortuna di poter scegliere un corso relativamente breve ed economico, perché avevo fatto una formazione seria e non vedevo molto logico rimettermi a fare lo stesso tipo di formazione.

Un corso, quest’ultimo, “online”. Giusto?

Si, questo era online. L’unico di tutta la lista che si poteva fare online. Certo, secondo me, la formazione in mediazione non si può fare online.. ma nel mio caso era più una modalità per ratificare il titolo che già avevo, la formazione che già avevo. A livello di discriminazione, io credo che tantissimi professionisti che siano iscritti in questo elenco probabilmente sono persone in pensione  che già non esercitano però rimangono iscritte all’ordine per un discorso di restare in contatto con la professione. Anche perché il volume di lavoro che ti può arrivare come mediatore non ti consente di vivere come mediatore, devi comunque avere altri ingressi (sorride).

In un articolo pubblicato qualche giorno fa, sul fatto quotidiano, si leggeva: “Mediazione familiare, la (vera) svolta è renderla obbligatoria”…”L’Italia fatica ad accostarsi alle pratiche di altri stati Europei come la Finlandia o la Norvegia..” cosa ne pensa a riguardo?

Io sulla mediazione obbligatoria, non sono mai stata d’accordo. Sicuramente ha influito l’impronta dei mie formatori italiani perché appunto sostenevano che la mediazione non potesse essere obbligatoria. Per sua natura non può essere un percorso obbligatorio, nel momento in cui si cerca un accordo congiunto che venga dalle due parti. Deve essere una scelta della coppia. Io alla mediazione obbligatoria non ci credo perché tra l’altro, come ogni intervento che non è terapeutico ma ha un valore terapeutico perché c’è un percorso e si arriva ad un accordo che implica una crescita delle persone in questo, non vedo possibile l’obbligatorietà. Perché se la persona o la coppia, in questo caso, non ci crede, la mediazione rischia di diventare un tramite burocratico perché magari il giudice vuole prendere tempo… qualcosa in cui le persone non investono e potrebbero anche boicottare, se non ci credono. Se uno va ad un percorso del genere senza crederci non investe e non si mette in gioco.. Però a livello pratico bisogna capire quali sono i risultati raggiunti da questi Paesi che l’hanno resa obbligatoria.

Qui in Catalogna, le coppie accedono al servizio più spontaneamente o in seguito ad invii da parte del tribunale o servizi sociali?

Io ho visto una casistica un po’ scarsa. La sensazione è che vengano inviati. Solitamente è l’avvocato o l’assistente sociale a parlare alle persone di questa possibilità.

..e lei prima affermava che “ non si può vivere solo con la mediazione”  ciò significa che siamo ancora tanto lontani, sia da parte dei professionisti che da parte degli utenti, dal considerare la mediazione come un intervento sostitutivo al processo giudiziale? Considerando che se parliamo di processi giudiziali i numeri cambiano..

Si, siamo molto lontani…lontanissimi, secondo me. Perché infatti in Spagna, nonostante ci sia tutta questa strutturazione altamente complessa a livello giuridico, la mentalità della mediazione non esiste. Nonostante qui in Catalogna ci sia questo Ente dove dentro ci sono tantissimi professionisti, tecnici della mediazione che, suppongo, siano tutti professionisti con una formazione in mediazione, i quali per primi entrano in contatto con i mediati valutando ed accogliendo la domanda e declinandola poi ai mediatori che sono nella lista, la mentalità non esiste. Io non la vedo a livello pratico. Le coppie arrivano in mediazione e non ci credono. C’è sempre una tendenza a pensare che il giudice tuteli di più. Oppure arrivano con la richiesta specifica che sia il mediatore a prendere l’accordo. A me personalmente è arrivata anche questa richiesta dall’ultima coppia: “noi vogliamo che il mediatore, ascoltate le due parti, decida per noi cosa sia giusto fare”.  Proprio il contrario dell’intervento di mediazione che è appunto restituire a loro la responsabilità e la capacità, con un aiuto, di valutare cosa sia meglio per loro e i figli. In generale vogliono risolvere tutto in un’ora. L’intervento magico. E ancora si crede molto nel potere del giudice e del legale. Tutti si lamentano che il sistema legale non funziona, che la giustizia non funziona e non è giusta, ma poi si delega molto alla giustizia. Non si crede in figure più psicosociali e dell’intervento che possano fare.

Quindi qui in Spagna il consenso avviene in un momento separato a quello che definirei “il vero processo di mediazione”?

Esatto. Il consenso avviene all’interno della “Generalità”. Sono questi “tecnici della mediazione” che fanno la raccolta delle prime informazioni. Quando ci arriva la domanda di mediazione loro ci scrivono che problema hanno, chi sono. Ti chiamano e ti consigliano come muoverti, ti inquadrano un po’ il caso. Poi la mediazione viene fatta da noi, “i mediatori nella lista”. E la mediazione la paga o il privato se il reddito supera certi criteri, o lo stesso centro della “Generalità” se il reddito è sotto certi criteri.

Possiamo approfondire questo ultimo aspetto riguardante i criteri di  pagamento della mediazione?

Io posso parlare della Catalogna, dove ci sono due scenari possibili. Innanzitutto il costo della mediazione si calcola sulla persona con una tariffa fissa (40 euro più IVA) a sessione, per ciascuno dei due (ognuno paga per sé). Se la parte che va in mediazione supera il reddito richiesto per accedere all’avvocato d’ufficio, la persona paga direttamente il mediatore; se la persona è invece sotto il criterio di reddito per cui potrebbe avere l’avvocato di ufficio, la paga la “Generalità” che copre il costo del processo. Può essere, quindi, che una delle due parti debba pagare l’intervento privatamente.

Cosa ne pensa a riguardo?

Che è un po’ complicato.. una partenza un po’ difficile (sorride). Ti pongono un requisito di base che non è uguale. Se uno chiede la mediazione alla “Generalità” non è una persona  benestante. Per lo Stato si considera che supera quel reddito per chiedere l’avvocato d’ufficio ma il reddito per richiedere l’avvocato è veramente minimo. Penso che sia l’equivalente di quella che in Italia si chiama “Pensione di Base” e che qui si chiama “Renta Iprem”. Una persona benestante va dal privato direttamente. Però chi chiede la mediazione dell’ente pubblico non ha la possibilità di spendere molti soldi. Quindi il fatto che ti obblighino a mettere una cifra che eticamente è quella è un problema. Ed ovviamente non gliela puoi fare gratis.

Quando la mediazione si conclude, Il mediatore può relazionare, con un informe, ciò che è avvenuto nel percorso di mediazione?

Si può ratificare l’accordo, ma in modo molto schematico. Perché all’inizio della mediazione si stipula un contratto che si chiama “Atto Iniziale di Mediazione”, dove  tre parti, le due parti più il mediatore, firmano e dichiarano che in quella data comincia la mediazione e si dibatteranno i seguenti temi. Alla fine della mediazione c’è poi un atto finale. Questo atto finale può contenere gli accordi raggiunti o un nulla di fatto ma sempre in modo molto schematico. Non c’è una relazione vera e propria c’è solo una situazione descrittiva dell’accordo raggiunto o no. Atto che poi viene inviato e presentato  in tribunale nel caso in cui ci sia un giudizio di separazione o divorzio.

..”avvocati, mediatori di diritto”..

Io sono scettica anche sugli avvocati mediatori, in realtà (sorride). Sempre, per formazione! Perché quando mi formai in Italia con questo gruppo di mediatori psicoterapeuti sistemici, non ammettevano avvocati in realtà. Ammettevano solo assistenti sociali e psicologi ed altri professionisti dell’ambito sociale. Loro sostenevano che un avvocato non ha una formazione psico-sociale e quindi l’approccio è legalista e che l’avvocato per sua natura è molto difficile che sia imparziale quando si pone come mediatore. Nel senso che ha un impostazione volta più a dare una certa lettura della situazione e a dare la soluzione che a cercare l’accordo. Qui sono moltissimi i mediatori avvocati. Proprio perché lo ritengono un loro ambito di intervento privilegiato essendo già dentro il tema della separazione e divorzio. Ma io sono abbastanza scettica e, tornando agli “avvocati mediatori di diritto”, in realtà anche molti psicologi pensano la stessa cosa. Questo è un problema perché  la legge non ti vieta, se sei uno psicologo o avvocato o assistente sociale,  di essere un consulente privato. Non ti viene richiesta la formazione specifica in mediazione. Per legge lo puoi fare. Il problema è che spesso gli strumenti non sono quelli giusti però. Perché quando sei mediatore non sei né avvocato, né assistente sociale , né psicologo ecc.. un avvocato secondo me, un avvocato di diritto di famiglia,  che si è formato in mediazione, sì, può farlo e può farlo anche bene, però deve avere ben chiaro che in quel momento non sta facendo l’avvocato di quella persona. Questo vale anche per me, se un paziente è venuto in terapia non penserei mai di prenderlo in mediazione e viceversa, se è venuto in mediazione e mi chiede una terapia, lo deriverei ad un altro collega.

Quindi lo scetticismo permane se parliamo di un avvocato mediatore, però se l’avvocato sceglie di essere solo mediatore gli diamo una chance?

 Si, diciamo di si. Lo vedo difficile per tipo di formazione e impostazione. Poi però i titoli vengono coniugati sulle persone. Io credo più negli psicologi e assistenti sociali come professionisti della mediazione, però, riconosco che ci sono degli avvocati che sono davvero interessati al tema del minore, della famiglia. Conosco avvocatesse che si mettono nel tema della donna e possono essere dei buoni mediatori. Non credo nel “mediatore di diritto”, è molto generalizzante. Anche avere la laurea in psicologia non è garanzia di niente.

Per concludere.. vuole ricordare un percorso di mediazione in particolare e cosa le ha lasciato?

L’ultimo che ho fatto. È stato duro ma anche interessante. Era una coppia con la quale si sarebbe potuto lavorare, il problema era che una delle due parti aveva molto risentimento in seguito al divorzio e non usciva da lì. Non si mettevano neanche d’accordo sul tema da mediare. Abbiamo fatto vari tentativi, un sacco di comunicazioni via mail, ho suggerito io dei temi…ma non si riusciva a trovare l’accordo, o meglio.. non dovevano trovare l’accordo.. l’obiettivo era: imparare a parlare tra di loro e poi dirimere una serie di questioni. Ma lui era talmente arrabbiato con lei, nonostante il divorzio l’avesse chiesto lui, che non si riusciva a parlare. Lui non era realmente un uomo divorziato. Voleva ritornare insieme alla moglie, mentre lei aveva accettato la situazione. Si parlava dell’appartamento e non dell’interesse dei figli. In una sessione, nello specifico, lei stava tranquilla mentre lui si alzava continuamente dalla sedia e gridando minacciava di uscire. Non potevo andare avanti in questa sessione dove non c’era rispetto e glielo dissi. Avendo fatto tre incontri in due mesi, consigliai di stoppare tutto e di comunicare che l’accordo non si era raggiunto. Anche se lui voleva una proroga ma io non ero d’accordo. Volevo che, lui in particolar modo, andasse da un mio collega esperto in terapia di coppia, ma per fare un processo solo con lui, affinché potesse elaborare questa arrabbiatura e questo dolore e poi ripensare, magari dopo tre mesi, ad una mediazione. Questa è stata la chiusura di questo processo che secondo me non è stato vissuto come un fallimento ma un modo per vedere oggettivamente dove si incagliava la cosa. Perché una coppia che non trova l’accordo su ciò di cui bisogna trovare l’accordo secondo me deve fare un processo previo alla mediazione, altrimenti si scivola nella terapia di coppia. È stato interessante vedere che non è tanto facile dirimere le questioni che si presentano in una mediazione. Quasi mai ti arriva la coppia cosciente, dove si parla tranquillamente, che ha una comunicazione civile. Insomma c’è da dire che le coppie che arrivano in mediazione quasi sempre non si sono separate bene.

Quindi, Chiara, secondo lei “l’ascolto delle emozioni” non può considerarsi come una delle fasi della mediazione? è più che altro un processo tipico della terapia?

Ecco, questo è stato un po’ il mio dubbio con loro ma io credo di si. Il tipo di formazione che ho fatto io mi ha insegnato che non si deve scivolare su un discorso di terapia e di gestione emozionale. Sinceramente il dubbio l’ho avuto, perché io ho anche il doppio ruolo che non mi ha aiutato. L’ho dovuto gestire molto. Io l’ho detto chiaro a loro che non sarei entrata in merito a questo: pur comprendendo il dolore, non potevo entrare in quel dolore. Probabilmente sembra brutto però nel contesto mediazione si trova un accordo. Il dubbio l’ho avuto anche sulle tecniche.. ma con loro l’ho impostato a livello pratico della mediazione… “vuole parlare del suo dolore” per me non è un gesto della mediazione. La mia formazione mi ha insegnato, in tema di emozioni, solo a gestire le mie; di non entrare nelle situazioni che sto seguendo riconducendole alla mia esperienza ad esempio o di non farsi trascinare dalla storia dell’altra persona e ancora proiettando lì la propria storia. Questo dovrebbe fare un mediatore, difendersi anche, altrimenti rischi di essere travolto.

Le faccio questa domanda perché ci sono modelli, come ad esempio il “modello Mediterraneo” della dott.ssa De Vanna, che pone, alla base del processo di mediazione proprio “l’ascolto delle emozioni”..

Certo, qui si vede la differenza con il modello sistemico che è molto razionale. Anche io, per esempio, a livello di psicologa, sono partita da un modello sistemico però il modello che uso di più, perché ora mi sono formata in quello, è gestaltico, totalmente all’antitesi. Ed infatti con questa coppia la prima tecnica che mi sarebbe venuta da utilizzare era appunto quella gestaltica. Probabilmente si tratta di sperimentare, affinché il professionista trovi il suo approccio individuale.  Mi piacerebbe approfondire questo aspetto dei modelli, la mia sensazione è che qui in Spagna si faccia mediazione a livello molto ateorico. Mi piacerebbe fare qualche supervisione di mediazione perché sicuramente ci sono degli spunti che si possono cogliere sui differenti modelli possibili. Sicuramente quello dei modelli è un ambito molto interessante.

 

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci qui il tuo nome

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.