Lo scopo principale che si pone il percorso di mediazione familiare, è quello di educare la coppia a “saper configgere in modo sano”.

Uno scontro educativo

La mediazione è improntata a pensare al conflitto come scontro educativo,  e cioè come atto dotato di volontà di incontrare l’altro e di capirlo, senza negarlo sin dal primo istante.

Nel corso della storia, possiamo notare come diversi istinti e cultura, hanno associato diverse mitologie al tema del conflitto : da una parte  la tentazione (atto privo di volontà)che si prefigge di ottenere una vittoria sul “nemico”,  e dall’altra parte la negazione totale del conflitto che viene concepito come elemento figurativo della pace.

Situazione di equilibrio 

Mediare significa ricoprire una nuova consapevolezza circa il rapporto di comunicazione bilaterale, dove si acquisisce la consapevolezza che il conflitto, intesto come sopraffazione dell’altro, in qualunque caso, resta improduttivo, ed essere consapevoli che quello stato di “ pace apparente” non può essere vissuta come emozione conforme al conflitto.

Italo Calvino, nel suo capolavoro “Il visconte dimezzato”, racconta di un uomo che, se pur  colpito da una cannonata, sopravvive diviso in due metà: una totalmente buona e una totalmente cattiva, ma entrambe denunciano l’insensatezza del proprio potere.

Pace e conflitto

Mediare vuole dire quindi educare le parti a comprendere che  “la pace è conflitto”; per tale motivo è necessario accettare la dimensione più sconcertante di ogni relazione, per permettere alla relazione stessa di resistere alle divergenze ma allo stesso tempo di crescere.

E’ necessario quindi concepire il conflitto come elemento generativo e creativo, affinchè ogni rapporto possa crescere non solo nell’affinità ma anche nella discordanza della diversità. Un’azione che non si può ridurre alla semplice tolleranza, poiché questo sarebbe una forma di passiva accettazione, ma al contempo nemmeno abbracciare l’intolleranza che che si alimenta per un conflitto distruttivo. Potremmo allora parlare di “in-tolleranza”, che potrebbe rendere necessario stare in un processo evolutivo in un percorso di comprensione e accettazione dell’altro, senza perdere la capacità di esprimere se stessi liberando le proprie dimensioni più vere e profonde che solo le sane relazioni conflittuali portano alla luce.

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