Cosa sono per noi le parole? Ponti, collegamenti tra la nostra isola personale e le isole degli altri, una via per incontrarsi a metà strada. E così come per il pontefice era fondamentale realizzare quel ponte capace di unire due rive, per il mediatore sarà fondamentale trovare quelle parole capaci di toccare tutte le corde che ci accomunano.

«Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra […] e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi».

Le parole del mediatore sono quindi capaci di risvegliare qualcosa che è già dentro di noi, riescono a rendere manifesto ciò che di simile esiste fra gli individui e che non è altro se non quella «insuperabile tensione strutturale tra fragilità e capacità, io e alterità […]» che è, infine, caratteristica fondamentale del nostro essere e che dovrebbe spingerci a superare le divisioni e ad affrontare costruttivamente le crisi che, naturalmente, appartengono alla vita di ciascuno di noi.

Compito del mediatore sarà risvegliare nei mediati, attraverso il linguaggio ed un atteggiamento che potremmo definire maieutico, quella responsabilità e quella partecipazione che renderanno gli individui protagonisti del qui ed ora, protagonisti della propria esistenza. Tutto ciò non potrà che tradursi in una restituzione.

Restituzione della possibilità di decidere della propria vita, restituzione della libertà di scegliere davvero ciò che per me, per noi rappresenta il meglio. Restituzione, allora, della fiducia. Fiducia nelle mie possibilità e nelle possibilità dell’altro, fiducia nel valore inestimabile del percorso che stiamo seguendo, dell’investimento che stiamo facendo, fiducia nel mediatore che garantirà il rispetto dei nostri diritti, quei diritti di cui dimentichiamo di essere detentori quando ci perdiamo nella logica che mette in contrapposizione i vincenti ed i perdenti. E allora il mediatore ci ricorderà che esiste il diritto alla tregua, il diritto di fermarmi e riprendere fiato; il diritto alla riparazione, il diritto di riempire d’oro le mie ferite e le mie crepe (come ci suggerisce la meravigliosa ed evocativa immagine della pratica giapponese del Kintsugi).

Le parole del mediatore saranno quindi riparatrici e sapranno ricucire, perché

«La mediazione non è una spada che taglia ma un ago che cuce, rivolto al futuro per generare opportunità. La sua logica non è quella escludente dell’aut-aut e del tertium non datur, ma quella inclusiva dell’et-et, del vita tua, vita mea, del noi. La sua espressione è quella della complessità che contiene in sé ogni diversità e non riduce nulla a manicheismi o semplificazioni. Se il tempo del conflitto è il presente, il tempo della pace è il futuro».

Noi, diversità, futuro, pace, opportunità.

Ecco, infine, le parole che racchiudono il potere e la forza della mediazione.

Noi, diversità, futuro, pace, opportunità.

Ecco le parole che vorrei diventassero protagoniste delle nostre vite e che avessero l’effetto di un sasso gettato in uno stagno. Perché, così come il sasso gettato nello stagno, «una parola gettata nella mente […] produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni […]». E la stanza di mediazione, il posto in cui tutto questo avverrà, sarà allora un luogo in cui ripararsi, un luogo in cui imparare e, se necessario, cambiare. Un luogo in cui aspirare ad una vita più umana, una vita in cui abbia riconoscimento tutto ciò che siamo, in cui abbiano riconoscimento tutti gli universi che conteniamo.

Bibliografia

C. PAVESE, Il Mestiere di Vivere, Einaudi, Torino, 2007, p. 89
C. CHINELLO, C. PEDONE, A. ROMELE, Paul Ricœur. Intersezioni, Lo Sguardo- Rivista di Filosofia, 2013 p. 106
M. PENNISI, G. LAVANCO (a cura di), La politica buona, Franco Angeli, Milano, 2016, pp. 49-50
G. RODARI, Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie, Einaudi, Torino, 1973

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