L’incontro con l’altro [GEN n.2]

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    L’incontro con l’altro è un tema un po’ speciale perché ci permette di riflettere su una dimensione che va ben oltre le singole entità “io” e “tu”, oltre anche la semplice somma di queste due parti: incontrare l’altro significa essere partecipi di una dimensione terza, quella inter soggettiva. Un territorio, questo, che di fatto non appartiene a nessuno, ma all’interno del quale giocano forze molto potenti.

    L’incontro con l’altro

    Entrare in questo “luogo dell’incontro” significa innanzitutto riconoscere l’alterità dell’altro: un gioco di parole che sembra, tra l’altro, essere scontato e che, invece, rappresenta la base imprescindibile della possibilità dell’incontro. L’altro, per essere tale, è colui che identifico fuori di me, separato, differente, fuori dal mio campo personale. L’incontro può avvenire per svariati motivi, come curiosità o interesse, ma se esso ha invece luogo per soddisfare il desiderio inconscio di rafforzare la propria identità, allora si può persino arrivare ad aumentare la distanza e aggravare la frattura tra sé e l’altro.

    In ogni nuovo incontro si manifesta inevitabilmente un preconcetto dell’altro, che non deve intaccare la capacità di riconoscere l’autenticità della narrazione dell’altro. Comprendere la storia dell’altro richiede una rinuncia graduale al già pensato: la possibilità di abbandonare le idee preconfezionate apre uno spazio d’ascolto profondo, nuovo, vero.

    «La parola non detta lascia in aria il vuoto; è difetto di vita, non fa nessun nodo. Non c’è realtà senza parole: hanno battezzato la pietra, le donne più dolci, il mattino e la sera. La parola dà un viso anche a chi non l’ha, fa nascere il fiordaliso, appena fa estate. Il silenzio che tace è solo un deserto; senza albero, ne case, solo di morte esperto».

    Biagio Marin parla senza volerlo del senso della mediazione. La mediazione lavora sulle esperienze conflittuali e accoglie il dolore che ne deriva, creando un tempo per la parola. È uno spazio dialogico nel quale ricostituire, insieme con l’altro, la dignità e il proprio nome, trasformando la solitudine, il vuoto, l’esperienza di separazione a cui il conflitto riconduce. La mediazione dà la possibilità di pronunciare non più parole di umiliazione, ma di riconoscenza.

    L’amicizia ritrovata

    Questa è la storia di due amiche: una storia molto forte, importante, travagliata e quasi distrutta da eventi spiacevoli, forti scontri e accese litigate.

    Ciò nonostante, Margherita e Claudia ci danno dimostrazione di come, nonostante la forte condizione conflittuale che vivono da ormai diversi anni, è possibile ritrovare un punto di incontro. È solo grazie al loro desiderio di rimettersi in gioco, all’ascolto profondo, alla loro capacità di mettersi nei panni dell’altro, al loro bisogno di non perdersi per sempre, che le due amiche si sono davvero INCONTRATE.

     

    MARGHERITA – Mi dispiace, non so che dirti. Non è da me reagire così. Ho sbagliato..

    CLAUDIA – Quello che mi sono sempre chiesta è: come ti è potuto passare per la testa?!?

    MARGHERITA – Lo sai che stavo vivendo un periodo molto brutto. Te ne parlai… tu lo sapevi. Non lo dovevo fare, mi dispiace.…Sono davvero pentita. Sai quante volte ho sentito il bisogno di chiamarti, di mandarti un messaggio dicendoti: “Andiamo a farci un caffè, una passeggiata, parliamo?”

    CLAUDIA – Ma tu lo sai che cosa è significato questo per me?

    MARGHERITA – Lo so,  lo so! Io spero che tu sia disposta a perdonarmi perché io non so se riuscirò mai a farlo con me.

    CLAUDIA – Ecco perché fa ancora più male aver subito quel dolore da te. Se sono qui è perché, nonostante tutto, io ho sempre tenuto a te. Avevo bisogno di riconciliarmi con te. Non so se tra noi possa ritornare tutto come quando eravamo felici insieme. Immagina però che bello.. pensa che bello se ci incontriamo per strada e ritorniamo a salutarci, guardarci negli occhi, chiacchierare. È una cosa importante per me …

    Le ferite restano sul cuore e sull’anima, ma…

    Margherita ha raccontato che non riesce ancora a perdonarsi e che è paradossalmente più facile che sia Claudia a perdonarla. Claudia le rimanda il dolore provato per aver ricevuto del male proprio dalla sua migliore amica.

    I mediatori erano lì, pronti ad accogliere le loro storie, la loro storia. Li ascoltavano, davano un nome alle loro emozioni.

    Ma in quella stanza stava succedendo qualcosa di veramente importante: Margherita e Claudia si stavano scambiando emozioni, sentimenti.

    Si stavano parlando e ascoltando per la prima volta dopo diverso tempo e soprattutto, dopo che il loro conflitto aveva quasi distrutto non solo le loro vite, ma anche quelle delle loro famiglie. Stavano cercando di “chiudere con il passato” per andare oltre. Entrare in mediazione è come un cammino che inizia; infatti, in mediazione non si guarda indietro, ma si vive nel presente e ci si proietta nel futuro.

    Uscirne attraverso

    Spesso il conflitto è inevitabile. Ogni giorno tutti noi, adulti, ragazzi, bambini, a scuola, al lavoro, tra le mura di casa, ci imbattiamo in differenze di opinioni, desideri diversi e interessi contrastanti. Ne usciamo come possiamo: a volte vincenti, altre perdenti. Alcune volte giriamo le spalle e prendiamo un’altra strada oppure fingiamo che non ci sia alcun problema.

    «La mediazione accoglie il disordine. È un momento, un luogo, in cui è possibile esprimere le nostre differenze e riconoscere quelle degli altri. È un incontro nel quale si scopre che i nostri conflitti non sono necessariamente distruttivi, ma possono essere anche generatori di un nuovo rapporto.»

              -Jacqueline Morineau-

    Sin da piccoli, ci è stato insegnato a risolvere i nostri problemi ricercando la nostra ragione e il torto altrui. In questo modo abbiamo sempre considerato come unica soluzione del conflitto l’ottenimento della vittoria sull’altra parte, allontanandoci definitivamente da quest’ultima.

    Venir fuori da un conflitto è tutt’altro che semplice, ma come insegna Robert Frost «The best way put is always through», la migliore via di uscita è sempre “attraverso”.

     

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