Aprendo la valigia che il mediatore porta sempre con sé troviamo gli attrezzi essenziali per il suo mestiere (Anna Coppola De Vanna), troviamo le competenze, gli strumenti, le capacità che saranno fondamentali per accogliere le persone che il mediatore incontrerà.

Curiosando in questa valigia veniamo colpiti da un oggetto in particolare, un oggetto che è, molto probabilmente, lo strumento più importante che il mediatore utilizza nel suo lavoro: uno specchio.

Perché uno specchio

Lo specchio riflette la nostra immagine, ci restituisce esattamente quello che siamo e sarà proprio questo il compito fondamentale del mediatore: farsi specchio, accogliere, per poi restituire senza contaminare, le emozioni, i sentimenti, le difficoltà che i mediati stanno vivendo.

Nella stanza di mediazione, infatti, ci troviamo di fronte a due individui che stanno attraversando un momento delicato della propria esistenza, che stanno sperimentando un modo diverso di vivere una crisi, un conflitto che appare spesso come un muro invalicabile che oscura la reciproca percezione di quello che realmente entrambi stanno tentando di comunicare: un bisogno, una richiesta di aiuto, un SOS che potranno essere riflessi, al di là del muro, proprio grazie allo specchio del mediatore, uno specchio mediano ed equivicino, uno specchio senza filtri né angolazioni prefissate capace di aggirare il muro del conflitto, senza tentare di abbatterlo con violenza, fornendo così una nuova prospettiva, una diversa ed inedita direzione possibile.

Sentire e accogliere le emozioni

Non è, tuttavia, semplice, lo sentiamo, essere sulla sedia dei mediati. Non è semplice condividere i propri sentimenti e ascoltare e rispettare i sentimenti dell’altro, non è semplice fare i conti con le proprie fragilità e accettare le fragilità dell’altro. Ma è proprio in tali istanti di difficoltà che entrano in gioco il mediatore ed il suo specchio per accogliere le emozioni e i bisogni e per restituirli incontaminati, per concedergli la giusta dignità e il giusto riconoscimento.

“Per fare questo è necessario saper accogliere le emozioni; il mediatore sente e, attraverso una sorta di risonanza, può restituire a ciascuno l’immagine specchiata delle sue difficoltà permettendo all’altro di accoglierla e di cominciare a riconoscere qualcosa di diverso”       

(Anna Coppola De Vanna, La mediazione mediterranea, Mediares n. 1/2003, pp. 178-179)    

 

Ma cosa intendiamo con qualcosa di diverso? Cosa riusciranno a sentire i mediati accogliendo realmente le fragilità e le capacità di quell’individuo con il quale stanno affrontando questo percorso, con il quale stanno condividendo il proprio qui ed il proprio ora?

Ebbene, riusciranno a percepire che l’Altro non deve essere necessariamente un avversario, un nemico da cui difendersi; riusciranno ad intravedere l’esistenza di un’altra possibilità e a sentire che l’Altro è un individuo “simile a me”, capace e, allo stesso tempo, fragile, bisognoso di dignità e di riconoscimento.

Costruiamo un ponte

“Il passato può venir appesantito o alleggerito a seconda che l’accusa imprigioni il colpevole nel sentimento doloroso dell’irreversibile o che il perdono apra la prospettiva della liberazione” 

(P. Ricoeur, Ricordare, dimenticare, perdonare. L’enigma del passato, tr. it. di N. Salomon, Mulino, Bologna, 2004, p. 141)

 

Il mediatore, attivando il reciproco ascolto e riconoscimento, renderà possibile questa nuova prospettiva della liberazione, abbraccerà e accoglierà la singolarità degli individui facendoli riconoscere nelle loro reciproche differenze.

Solo così sarà possibile costruire un ponte che collegherà le persone in mediazione, che le farà incontrare in un luogo in cui entrambe possano riconoscersi. Un ponte fatto di alleanze, di fiducia, di ascolto; un ponte costruito grazie a quei riflessi che il mediato scorgerà nello specchio del mediatore.

Ed è proprio questo, quindi, il potere dello specchio, il potere delle parole, il potere dell’accoglienza che possono davvero restituire dignità ai sentimenti e alle emozioni e soddisfare quel bisogno di riconoscimento che è tipico di ogni essere umano.

 

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