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“Ricordo che durante la mia adolescenza conservavamo la nostra provvista di patate per l’inverno in un recipiente posto sotto una piccola finestra, nel seminterrato. Le condizioni non erano favorevoli, tuttavia le patate germogliavano ugualmente-dai pallidi germogli biancastri tanto diversi da quelli verdi e vigorosi che spuntavano quando le patate venivano piantate in terra a primavera. Ma questi tristi ed esili germogli si allungavano fino un metro per raggiungere la distante luce della finestra. Nella loro bizzarra e inutile crescita essi erano una specie di disperata espressione di quella tendenza direzionale che ho descritto. Non diventavano mai una pianta, non maturavano, non esaurivano la loro reale potenzialità ma, pur nelle più avverse condizioni, si sforzavano di farlo. La vita non cede mai anche se non può fiorire. Durante il trattamento di clienti la cui vita è stata terribilmente rovinata, oppure quando lavoro con uomini e donne nelle corsie degli ospedali di Stato, spesso mi tornano in mente quei germogli di patate.

Queste persone si sono sviluppate in condizioni cosi sfavorevoli che la loro vita sembra spesso anormale, distorta, addirittura poco umana. Eppure si deve credere nella tendenza direzionale che c’è in loro. Per comprendere il loro comportamento bisogna tener conto del fatto che esse si sforzano di muoversi verso la crescita e la trasformazione nell’unico modo che è loro possibile. I risultati possono sembrarci inutili o strani ma esse stanno veramente compiendo il disperato tentativo di diventare se stesse.

 Carl R. Rogers.

  

comunicareRendendoci conto di come sia difficile creare delle relazioni con le persone che vivono quotidianamente nella sofferenza, e maturata la volontà di riflettere e capire quanto sia importante il modo in cui comunichiamo, il modo in cui esprimiamo le nostre ragioni, sentimenti ed emozioni, quali sono i fattori e le condizioni che contribuiscono a rendere una comunicazione efficace e funzionale, soprattutto all’interno di una relazione d’aiuto, e quali fattori possono, invece, provocare dei fallimenti  comunicativi rendendo la comunicazione poco efficace o disfunzionale.

Assistenti sociali, psicologi, educatori si chiedono almeno una volta durante lo svolgimento del proprio lavoro il perché del fallimento di una determinata relazione; tutti i professionisti dell’aiuto sono concordi sul fatto che la comunicazione sia il primo passo per entrare in contatto con l’altro. Il problema è comprendere ed attuare alcune regole comunicazionali che permettano di entrare in relazione con l’altro, istaurando così un rapporto profondo basato sulla fiducia reciproca. Allora ci si chiede in che modo le componenti verbali e non verbali possano influire sul cambiamento del comportamento delle persone, favorendo così lo sviluppo del benessere dell’altro.

L’uomo comunica tutta la vita e non solo con le parole; infatti ogni comportamento è comunicazione (Watzlawick, 1997). Spesso, però, viene ignorata la comunicazione implicita dei nostri comportamenti e inoltre, a livello emotivo, nelle relazioni umane assumono grande importanza i gesti, la voce, l’espressioni del viso, gli atteggiamenti del corpo; questi sono tutti segni che esprimono un linguaggio e quindi un modo di comunicare. Tutti noi vorremmo diventare efficaci nel conseguimento degli obiettivi, ma per riuscirci dobbiamo imparare a comunicare in modo sempre più adeguato.

Le riflessioni che seguono sono frutto di osservazioni e studi effettuati dagli scriventi in diversi anni e contesti[1];  tali ricerche ci hanno portato a concludere che ogni uomo possiede dentro di sé delle capacità e potenzialità che può tirare fuori solo attraverso la comprensione, il rispetto, la fiducia, l’autenticità di un rapporto e quindi l’amore.

 

Comunicazione efficace e benessere

La comunicazione è un’attività molto complessa che si sviluppa all’interno delle relazioni interpersonali. Essa “sembra essere il mezzo più naturale e più efficace per consentire agli individui di scambiarsi contenuti cognitivi ed emotivi, sia quando condividono luogo e tempo in cui avviene lo scambio comunicazionale, sia quando non li condividono” (Ruminati, 2007). L’uomo attraverso la comunicazione non solo invia un messaggio, ma stabilisce un rapporto con la persona alla quale si rivolge; ciò avviene all’interno di un ambiente sociale, ed è in questo senso che si sottolinea il carattere relazionale della comunicazione.

Partendo dal presupposto che “ogni comportamento è comunicazione” (Watzlawick, 1997), bisognerebbe prendere in considerazione la comunicazione come fattore chiave per la qualità delle relazioni interpersonali, le nostre risorse affettive e cognitive che secondo i miei studi influenzano le competenze comunicative, ma anche l’abilità di creare relazioni sane. Pensiamo all’immagine che ognuno a di sé e anche alla fiducia in se stessi, a quello che ognuno pensa di sé (concetto di sé), ed al valore che ognuno attribuisce a se stesso (autostima); essi sono determinanti nell’influenzare la proprie relazione con gli altri.

Oggi dopo tantissimi studi sulla comunicazione umana si è scoperto che tanti sono i meccanismi che entrano in gioco durante una comunicazione, meccanismi che rendono più o meno efficace la nostra comunicazione e il modo in cui interagiamo con l’altro; ci sono infatti dei fattori che rendono una comunicazione distorta, ostacolata, problematica. Gli americani la definiscono “miscommunication” (Ruminati 2007), intesa come un complesso di processi comunicativi che intervengono quotidianamente all’interno delle relazioni interpersonali e che non permettono di far raggiungere l’obiettivo preposto. Questo perchè in ogni livello di comunicazione entrano in gioco meccanismi consci e inconsci di paura, rifiuto e difesa. Oggi si percepisce il bisogno di aumentare l’efficacia della comunicazione, nasce l’esigenza di trovare un insieme di soluzioni che ci permettano di facilitare la relazione con l’altro, come per esempio il parlare con voce chiara, l’utilizzare lo stesso codice del nostro interlocutore, utilizzare il feedback, l’empatia, l’ascolto attivo ed alcune paradigmi e modelli come la Pnl (Programmazione neurolinguistica) e l’A.T. (Analisi transazionale).

Il fattore decisivo per una comunicazione efficace risulta essere il grado di congruenza del mittente (Ruminati, 2007), cioè la coerenza fra ciò che la persona comunica e ciò che essa pensa e prova. La comunicazione è definita efficace quando il destinatario ha ricevuto chiaramente il messaggio dell’emittente; essa deve essere inerente alla soggettività e permettere alle parti di trovarsi in posizione paritaria.

Watzlawick nel quinto assioma della “Pragmatica della comunicazione umana” sottolinea come tutti gli scambi della comunicazione siano simmetrici o complementari a secondo se sono basate sull’uguaglianza o sulla differenza, “In ogni comunicazione possiamo individuare due diverse modalità di porsi alle persone, l’essere one-up, cioè in una posizione di supremazia,  e l’essere one-down, cioè in una posizione di inferiorità o sottomissione”.[2]

Ruminati afferma che ciò che rende una comunicazione più o meno efficace siano le competenze comunicative che si articolano in tre dimensioni principali: competenza sintattica, che consiste nella capacità di produrre frasi corrette in base a regole grammaticali; competenza semantica, che è la capacita di associare le parole agli oggetti ed infine la competenza pragmatica, che consiste nella capacità di comunicare tenendo conto del contesto in cui avviene la comunicazione.

Si ha una comunicazione efficace quando si tende a realizzare nel ricevente una sua maturazione personale; l’altra persona non deve essere considerata come un oggetto, l’altro è qualcosa di prezioso, di delicato, che in un rapporto sincero di reciprocità può darci e ricevere qualcosa (Lautorelle,1995). La vera comunicazione aiuta l’altro a divenire sempre più soggetto attivo, stimolando anche la partecipazione del ricevente. Nella relazione d’aiuto lo scopo da raggiungere attraverso la comunicazione è quello di aiutare l’individuo a crescere, ad affrontare il problema ed a rimuovere gli ostacoli da sé, in modo che possa andare avanti da solo. Rogers considera l’uomo come un organismo fondamentale degno di fiducia, e con questo ci si riferisce ad uno dei più importanti principi del servizio sociale: la fiducia che l’altro possa cambiare, fiducia che abbia le potenzialità per farlo.

Diventa indispensabile per l’operatore sviluppare capacità di reggere il confronto con il diverso e di gestire la conflittualità insita nei rapporti sociali (Neve, 2000). L’operatore sociale deve essere capace di gestire situazioni che possono essere particolarmente problematiche, ciò significa rispondere a chi chiede aiuto cercando di creare sintonia, rispetto e accettazione dell’altro; soltanto se una persona è in grado di sentire e comunicare sinceramente approvazione ad un’altra persona, possiede la capacità di essere veramente d’aiuto per l’altro. Essa è un  importante fattore nell’istaurare un rapporto attraverso il quale l’altra persona può crescere, svilupparsi, operare mutamenti costruttivi, imparare a risolvere problemi, conquistare benessere psicologico e realizzare pienamente le proprie potenzialità.

La salute psicologica è definita come la capacità di parlare con se stessi in maniera chiara e congruente; non è forse l’indicibilità il mondo della malattia? Viene da pensare alla cura psicologica e psichiatrica dei soggetti in stato allucinatorio che asseriscono di udire voci o di dialogare con persone immaginarie, cura che passa, spesso, dalla semplice possibilità di dire, rendere pubblico il proprio vissuto, il proprio pensiero. La parola condivisa, scambiata è il canale della salute come l’impossibilità di comunicazione, l’estraneità il canale della malattia (Mannino, 2004). Per il gruppo la salute passa attraverso la comunicazione reciproca, che spesso consente la soluzione dei problemi, il confronto, la condivisione del problema; tale affermazione porta a riconsiderare l’importanza dell’equipé nello svolgimento del lavoro di un operatore sociale, perché all’interno di un gruppo gli operatori si scambiano opinioni, problemi, frustrazioni, ecc… e possono condividere delle relazione d’aiuto che richiedono un forte coinvolgimento emotivo e che se non comunicate agli altri componenti del gruppo provocherebbero nel singolo operatore un sovraccarico emotivo che porterebbe al burnout.[3]

Anche per la salute delle organizzazioni vale la stessa considerazione espressa per i gruppi, di conseguenza molti studiosi delle organizzazioni hanno concentrato l’attenzione sull’abbattimento delle barriere comunicative. Barnard sostiene che un’organizzazione nasca quando ci sono persone in grado di comunicare tra di loro e che desiderano collaborare per raggiungere uno scopo comune (Bonazzi, 2005). Se la comunicazione è cosi importante a tutti i livelli, è allora fondamentale migliorarla, partendo da un’analisi volta all’identificazione e al superamento delle barriere che la rendono inefficace.

 

Prof. Giuseppe Mannino
Assistente sociale Specialista Dott.ssa Rita Pillitteri

 

[1] Rita Pillitteri assistente sociale specialista ha svolto studi di servizio sociale presso la Lumsa di Palermo, attivandosi contemporaneamente in attività di volontariato presso il Villaggio dell’ospitalità (Pa), Centro Sociale O.P.C.E.R di Boccadifalco (Pa). Ha lavorato per diversi anni come assistente sociale presso le comunità alloggio per minori Italiani e stranieri “Don Bosco” e “Iride” di Camporeale (Pa). Ideatrice e coordinatrice di diversi progetti sulla prevenzione dei disagi adolescenziali. Inoltre, ha lavorato come assistente sociale presso il centro di riabilitazione per minori “Villa Nave” (Pa); è stata responsabile presso la comunità alloggio per minori stranieri “Terra Ferma” (Pa). Attualmente svolge il ruolo di docente aggiunto di metodi e tecniche del servizio sociale, presso il corso di laurea in servizio sociale , Università “ S. Silvia” (Lumsa) di Palermo. Membro del comitato scientifico della rivista Esperienze sociali.  Ha svolto una ricerca sul tema del presente contributo scientifico, insieme al prof. Giuseppe Mannino; ha elaborato la sua prima tesi di laurea dal titolo “Lo sviluppo del benessere attraverso la comunicazione efficace e l’ascolto attivo”. Tra i sui interessi di ricerca emergono i temi sociali sul pensiero mafioso educazione e di-educazione, sulla comunicazione, l’ascolto attivo e benessere e disagi adolescenziali.

Giuseppe Mannino psicologo, psicoterapeuta, analista transazionale, magistrato onorario, consigliere in corte d’appello per la sezione civile e penale minorile, è ricercatore e docente universitario di Psicologia dinamica presso la Lumsa. Insegna nei corsi di laurea in psicologia, scienze dell’educazione e scienze del servizio sociale e nei corsi di laurea magistrale di psicologia e scienze della formazione continua. Tra i suoi interessi di ricerca emergono i temi di psicodinamica del pensiero mafioso e del terrorismo attraverso il vertice ermeneutica bio-psico-socio-culturale.

[2] One-up, tradotto significa uno su,One-down significa uno giù. Secondo tale teoria nella relazione un partner assume una posizione superiore, primaria e quindi one-up, mentre l’altro partner tiene una posizione inferiore, secondaria one-down. Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson D.D., (1997), Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma,  p. 59.

[3] Burn-out: il termine “ burnout” è stato introdotto e utilizzato per la prima volta nel 1974 da H.J.Freudenberger; egli stesso definisce il termine burnout come to fail [ fallire,venire a mancare, far difetto, diventare debole], wear out [ logorarsi, stancarsi, esaurirsi, giungere al limite], o become exhausted [ scarico, esaurimento svuotato]. Il panorama lessicale e semantico è ricchissimo. Le implicazioni riguardano un’ampia serie di sfumature comportamentali che chi lavora può mostrare a fronte di una situazione stressante, tutte accomunate dall’idea di avercela messa tutta e di non farcela più. Cfr. Del Rio G., (1990) Stress e lavoro nei servizi, sintomi cause e rimedi del burnout, La nuova Italia scientifica, Roma, pp. 21-23.

 

Riferimenti bibliografici

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  • Ruminati R., Lotto R., (2007), Introduzione alla psicologia della comunicazione, il Mulino, Bologna;
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