“Il dramma per me è tutto qui, signore: nella coscienza che ho, che ciascuno di noi – veda – si crede “uno” ma non è vero: è “tanti”, signore, “tanti”, secondo tutte le possibilità d’essere che sono in noi.- “uno” con questo, “uno” con quello – diversissimi! E con l’illusione, intanto, d’esser sempre “uno per tutti”, e sempre “quest’uno” che ci crediamo, in ogni nostro atto. Non è vero! Non è vero!
Ce n’accorgiamo bene, quando in qualcuno dei nostri atti, per un caso sciaguratissimo, restiamo all’improvviso come agganciati e sospesi: ci accorgiamo, voglio dire, di non esser tutti in quell’atto, e che dunque un’atroce ingiustizia sarebbe giudicarci da quello solo, tenerci agganciati e sospesi, alla gogna, per una intera esistenza, come se questa fosse tutta assommata in quell’atto!”
– L. Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore –

La parola riparare, dal latino “reparare”, significa riacquistare, rinnovare, ristorare.
L’atto di riparazione quindi presuppone l’esistenza di qualcosa che è danneggiato, rotto, consumato. Pensiamo principalmente agli oggetti, alle cose che acquistiamo e all’uso che ne facciamo.
Ogni giorno siamo costantemente messi di fronte a un’infinità di scelte e possibilità, possiamo scegliere quali oggetti conservare, quali comprare e di quali liberarci definitivamente.

Il discorso diventa più complesso quando si parla di persone e relazioni, tema affrontato a un convegno sulla mediazione penale e la giustizia riparativa organizzato dalla Cooperativa CRISI di Bari e dall’Accademia Italiana di Mediazione Penale e Giustizia Riparativa.

L’incontro come forma generativa

Ciò che diciamo e facciamo può creare ferite e sofferenze che mutano il nostro modo di stare al mondo, il valore che diamo alle relazioni, al punto da condizionare le nostre vite e quelle degli altri.

Per capire questi processi, potremmo partire dall’origine dell’uomo, attraverso l’incontro tra ovulo e spermatozoo. Il primo perde la sua rigidità, il secondo la coda. Entrambi, nell’atto di fecondazione, rinunciano a una parte di sé per accogliere l’altro, per fondersi. L’atto di avvicinamento è insito quindi a quello della perdita. Ed è questo che crea legame, accorda le persone mettendole su un piano univoco. “Accordarsi” significa essere con-cordi, come strumenti musicali che permettono di suonare lo stesso spartito, la stessa musica.

La riparazione passa attraverso il perdono

La storia di molti uomini e donne, vittime e carnefici, ci insegna che è possibile trasformare la propria sofferenza e i propri errori in nuova forza generativa. Il perdono, come atto laico di accoglimento dell’altro nell’ammissione dei suoi sbagli, diventa strumento di auto-aiuto, la mediazione apre spazi neutri di incontro con l’altro e possibilità di riscatto.

La storia di Eva Mozes Kor e quella di tante altre persone coraggiose ci ricorda che “non possiamo cambiare ciò che è successo, ma possiamo cambiare il nostro modo di rapportarci al passato per creare un presente diverso”.

L’empatia e la compassione sono gli strumenti che ci permettono di accogliere l’altro nella sua fragilità, sia esso carnefice o vittima, di riconoscere le sue debolezze ridando un senso nuovo alla sofferenza procurataci.

“Lasciarci ribaltare” è un atto coraggioso, quasi rivoluzionario, per le nostre vite e quelle degli altri. Nel ribaltarci, perdiamo equilibrio, abbiamo paura, ci sentiamo vulnerabili. Ma è questa stessa condizione che ci permette di emergere, di agire. In quegli istanti capiamo che si può ripartire da punti di osservazione differenti, che puntare sulle relazioni, anche quando tutto sembra difficile, diventa possibile.

Il diritto di ricominciare

Riparare assume anche le vesti di un diritto che tiene saldo il tessuto sociale e permette al reo di riscattarsi, recuperando a pieno il proprio ruolo di cittadino, favorendo il reinserimento all’interno della comunità da cui si era allontanato. Alla vittima, di vedere attuati i proprio sforzi nel riconoscere una giustizia funzionale, che previene la possibilità che il soggetto possa ricommettere il reato. Il sistema penitenziario pertanto recupera la sua funzione rieducativa riconosciuta dall’art. 27 della Costituzione.

L’arte di riparare

Riparare, nel suo significato più materiale, vuole dire metter assieme dei pezzi. E’ un arte, che potremmo paragonare a una vera e propria tecnica antica utilizzata dai giapponesi, chiamata Kitsugi, che permette di riparare vasi rotti ma anche di donare nuova vita agli stessi, attraverso l’oro fuso che tiene assieme i pezzi. Quasi a voler dare valore a quelle crepe. Lo stesso è ciò che avviene nella riparazione di una relazione attraverso l’attività di mediazione. Impariamo, attraverso l’uso della parola nel processo di narrazione, a conoscere l’altro come diversamente simile. Massimo Recalcati ci ricorda che “la nostra responsabilità consiste nel saper fare qualcosa di utile con quello che ci hanno fatto”.

Il processo di riparazione quindi è un lavoro costante e totalizzante, che coinvolge anche spazi e contesti in cui viviamo. Le ferite agli spazi urbani sono ferite alle persone. Per questo Renzo Piano utilizza il verbo “rammendare” riferendosi alle periferie e ai luoghi incolti e abbandonati a cui andrebbe riconosciuto il giusto valore.

Attraverso l’attività di mediazione, quindi, proviamo a mettere in discussione le nostre convinzioni e il nostro modo di rapportarci. E’ una esercizio personale che permette di lavorare sugli aspetti del nostro carattere che ci impediscono di andare oltre le rigide rappresentazioni, a vedere la realtà da diversi punti di vista, molti dei quali ci appaiono impossibili.

Impariamo così a essere artigiani delle nostre vite e curatori delle nostre relazioni.

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