Tempo fa scrissi un articolo riguardante la possibilità per gli avvocati di essere anche mediatori familiari.
Non nego che sono giunte critiche da parte di chi avvocato non è e pensa che un legale non possa avere la capacità di mediare due parti in contrasto, o che non abbia il “diritto” quasi di poter intraprendere un percorso di formazione come mediatore familiare.
Dico la verità, non mi sono arrabbiata leggendo le critiche anzi, ho sorriso pensando a quanto il percorso di mediazione affrontato mi abbia cambiata, permettendomi soprattutto di avere una marcia in più (sensibilità in più) rispetto a molti altri colleghi.

 

Fatta questa breve premessa, ci terrei a parlare dell’esperienza che ho vissuto come legale in un divorzio giudiziale.
Sottolineo la parola “giudiziale” poiché, tale tipo di divorzio, presuppone un grado di alta conflittualità all’interno della (ex) coppia a causa della mancanza di accordo circa le condizioni per divorziare (per esempio sulle questioni patrimoniali o relative ai figli) o quando la volontà di divorziare non è comune.

Avversioni per le soluzioni consensuali

Ebbene, nel momento in cui il mio cliente si è rivolto a me per procedere con lo scioglimento del vincolo matrimoniale, c’erano tutte le basi per procedere con una procedura di tipo consensuale, stante il basso livello di conflittualità tra le parti e la comunicazione mantenuta in maniera piuttosto civile dopo la separazione.
Tale situazione, purtroppo, è sfociata in un divorzio giudiziale a causa della pressione da parte del collega al quale si è rivolta l’altra parte, il quale non ha fatto altro che spingere verso una procedura di tipo giudiziale.

Ecco perché penso che grazie al percorso di mediazione familiare io abbia una sensibilità, nonché un grado di umanità in più!!!

La mediazione familiare, ovviamente, non ha quale unico scopo la ricostituzione della coppia, ma la ricomposizione della crisi tra due soggetti che anche se non più come coppia, possono ancora funzionare come genitori.

Gli ostacoli della mediazione

Al di là di questo aspetto, ciò che ha caratterizzato la mia esperienza, è stato l’odio (io lo chiamerei finto odio) che trapelava alla prima udienza da parte della controparte quando sembrava che il raggiungimento di un accordo fosse impossibile.
Ciò che inoltre era evidente, era la totale mancanza di comunicazione tra le parti (più che altro la chiusura dell’altra parte) che sembrava imitare quasi l’atteggiamento di chiusura del difensore, il quale pronunciò questa frase “ho scritto pochissimo in atti, l’essenziale, poiché ritengo di aver ragione”.
In quel momento ho pensato: “Scusa collega, ma non siamo in sede di udienza Presidenziale all’interno della quale si cerca di trovare un accordo?!”.
Ovviamente l’esito dell’udienza fu disastroso, si concluse con il “noi andiamo avanti non ci interessa” della controparte.
A quel punto mi vidi costretta ad abbandonare qualsiasi speranza di poter mediare e di essere quello che dovevo essere da allora in poi, ovvero l’avvocato della persona che me ne aveva conferito mandato, pensando solo al suo interesse.

Mai arrendersi

Nei mesi tra l’udienza presidenziale e la successiva però, non ho mai smesso (evidentemente la formazione da mediatrice mi ha educata a non perdere le speranze) di parlare con il mio assistito, facendogli notare anche i suoi errori e le ragioni dell’altra parte.
Arrivato il giorno della prima udienza innanzi al Giudice Istruttore, i configgenti passano un’ora a litigare sbraitando con me e il collega che cercavamo di farli ragionare, alchè ci siamo guardati dicendoci “non ci sono proprio i presupposti per una mediazione familiare”.
Ad appena 10 minuti da quella frase, noto che il mio cliente si stava preoccupando delle condizioni di salute della ex compagna, molto provata dalla situazione e qualche minuto dopo, entrambi hanno trovato un accordo (grazie alla disponibilità del mio assistito sul quale, evidentemente, ho fatto un buon lavoro di mediazione) e firmato la convezione.

Educare le parti ai propri limiti

Bene, non nego che dietro questo accordo raggiunto in udienza c’è stato tantissimo lavoro: ci sono state telefonate lunghe ore; incontri durante i quali ho cercato sempre di essere chiara e sincera, durante i quali non avevo di fronte un cliente, ma una persona, con i suoi pregi e con i suoi difetti. Perché il segreto è proprio questo: bisogna abbandonare la convinzione per la quale il proprio cliente ha ragione a prescindere…bisogna lavorare con le persone solo come la mediazione ci insegna, senza giudicare né una parte né l’altra anzi…cercando di far  comprendere al proprio assistito le ragioni dell’altro.
Solo così si può costruire un ponte, prima che tra le “parti del contenzioso”, tra le due persone e torno a dirlo ancora una volta, a dispetto di chi si arroga il diritto di sentenziare che un avvocato non possa essere anche mediatore, io penso che ogni avvocato che si occupi soprattutto di materie delicate come quelle inerenti i rapporti familiari, dovrebbe integrare la propria formazione con il titolo di mediatore familiare.

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