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Se sei un professionista che lavora con e per le persone, sicuramente conoscerai la parola empatia. Ma che cosa significa essere empatici? Qualcuno dice, guardare il mondo con gli occhi dell’altro, comprendere a pieno lo stato d’animo altrui.
Ma noi professionisti dell’aiuto siamo capaci di aiutare l’altro se ci lasciamo travolgere dai suoi problemi o al contrario se rimaniamo freddi e distaccati?
Vediamo in questo articolo qualche consiglio per essere empatici e quali atteggiamenti da evitare.

Che cosa si intende per EMPATIA?

L’empatia, dal greco en-pathos, sentire dentro, è la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”, comprendendone i sentimenti, i pensieri, i punti di vista, le emozioni, escludendo ogni forma di giudizio morale, pregiudizi ed approcci affettivi ed emotivi personali.
E’ uno strumento essenziale e necessario affinchè si possa entrare in sintonia con le persone e, di conseguenza, comunicare in maniera efficace. Il termine veniva utilizzato nell’antica Grecia per indicare il rapporto tra l’attore ed il suo pubblico che, immedesimandosi nel primo, poteva vivere le sue esperienze e parteciparvi in maniera attiva e coinvolgente.

Capire il prossimo é la cosa piu’ difficile. Devi provare a mettere il tuo occhio e le tue orecchie e le tue dita in quello spazio misterioso tra la pelle di una persona e il suo cuore.

(Fabrizio Caramagna)

Ne parlerà la filosofia, nonché la psicologia (Freud, Kohut, Mead ecc.) e sarà argomento di riflessione di tantissimi altri studiosi del sociale, dell’arte e non solo, ma non mi soffermerò nella descrizione dei vari passaggi storici: ciò che vorrei sottolineare in questo articolo, è l’importanza di riuscire a catapultarsi nella vita dell’utente, al fine di poter percepire ogni sua sfaccettatura e riuscire, quindi, ad avviare un percorso d’aiuto all’interno di una relazione di fiducia che sia positiva e forte nel raggiungimento degli obiettivi.

Imparare a mettersi nei panni degli altri

Il primo passo da compiere è quello di riuscire a cogliere ciò che l’interlocutore dice, prova, pensa, senza mai fermarsi alle espressioni verbali ma prestando altresi’ attenzione a quella forma di comunicazione che Watzlawick definiva analogica: la comunicazione non verbale. Quest’ultima si manifesta, ad esempio, attraverso gesti, sguardi, posture, abbigliamento, tono di voce, espressioni facciali, permettendo di intuire eventuali stati emotivi ed affettivi non direttamente espressi.

 

Gli atteggiamenti nemici dell’empatia

Eliminare ogni forma di pregiudizio, dando invece spazio all’ascolto attivo, il quale richiede attenzione, sensibilità, intuizione e perspicacia, aiuta a non incorrere in errori comuni quali: incomprensioni, superficialità e fallimento della relazione di fiducia, che è un elemento essenziale affinchè l’utente si senta al sicuro e riesca a renderci parte del suo vissuto. Apparire distratti e non interessati, oltre ad allontanarci dalla persona e dalla sua esperienza di vita, influisce sulla buona riuscita del processo d’aiuto; allo stesso modo, l’ansia di dover subito trovare una soluzione al problema, spinti dalla fretta e dall’idea di aver già capito tutto, non permette all’assistente sociale di sviluppare una visione completa non solo del disagio stesso, ma anche del modo in cui questo viene vissuto ed affrontato.

Empatici, si, ma come si fa?

Dunque, qual è l’iter da seguire per diventare dei professionisti dell’empatia?

Bisogna sicuramente iniziare da un percorso individuale: la consapevolezza di sé, nonché il conoscersi, permetterà di comunicare con l’altro in maniera più attiva ed adeguata. Tuttavia, non basta limitarsi a comprendere ed ascoltare ciò che ci viene raccontato; bisogna invece riflettere insieme all’interlocutore sui vari aspetti positivi e negativi del caso e sulla situazione di disagio e/o bisogno, per captare la strada più adatta ed utile ad uscire dalla situazione stessa, seppur nel rispetto dei tempi di ciascun individuo.
L’empatia è quindi una vera e propria forma di comunicazione interindividuale, che esclude ogni sentimento di pietà e commiserazione da parte dei professionisti e non richiede un atteggiamento di condivisione del malessere altrui.

L’assistente sociale non deve condividere lo stato d’animo dell’utente, né compatirlo, neppure giustificarlo o accettare incondizionatamente il suo punto di vista, ma comprenderlo, viaggiare sulla sua stessa lunghezza d’onda ed estrapolare i suoi punti di forza, per poterlo accompagnare verso un empowerment personale.

 

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