Il conflitto di genere: influenza sull’attività legislativa

La cronaca nera ci riporta quotidianamente episodi di violenza, protratti  nella maggior parte dei casi,  nei confronti del sesso femminile, episodi che vedono la loro maggior forma di esaltazione all’ “interno delle mura domestiche” considerate  il “locus” dell’irretimento inter relazionale.

Ordunque,  fatta questa breve premessa,  è necessario effettuare un breve excursus storico, che a mio parere appare necessario, per comprendere la causa “storica” della lotta tra i due sessi.

Femminismo

Soffermandoci sul significato etimologico della parola femminismo  “di femminache indica quel movimento delle donne, le cui prime manifestazioni sono da ricercare nel tardo illuminismo , nato per raggiungere la piena emancipazione economica della donna sia sul piano economico-occupazionale, che sul piano giuridico.

Pertanto, il femminismo nasce come movimento teso alla conquista da parte del “gentil sesso” di un ruolo attivo nella vita democratica e sociale, attraverso i diritti che ne consentono il suo espletamento.

Dunque,  il femminismo è un termine usato nella sua accezione positiva, diversamente dal maschilismo che etimologicamente “di maschile” coniato sul modello di femminismo usato per indicare polemicamente l’adesione a quei comportamenti e atteggiamenti con cui i maschi in genere, o alcuni di essi, esprimerebbero la convinzione di una propria superiorità sulle donne e sul piano psicologico, biologico ecc…

Non si può dubitare, che l’origine dei conflitti sociali nasce proprio dalla loro necessità di catalogazione o di mera stereotipazione semantica.

Ma come il femminismo ha influenzato la legislazione?

Dai movimenti delle suffragette le quali hanno influenzato i costituzionalismi del ‘900 in Europa,   alle lotte  femministe in Italia degli anni settanta che riescono ad apportare due importanti riforme legislative , in particolare la legge sull’aborto (L. 194/1978) e la legge sul divorzio (L 898/1970).

Attualmente assistiamo ad un mutamento del movimento, oggi il femminismo non viene più considerato come movimento finalisticamente orientato all’ottenimento dei diritti civili e politici,  ma come lotta di  preservazione di genere .

E’ chiaro che l’emancipazione femminile degli ultimi anni , dal mondo del lavoro a quello politico se non anche domestico, non abbia fatto altro che creare scompensi ,  nei confronti del “sesso opposto”,  di fittizi equilibri a cui la società  patriarcale ci aveva abituati.

La non accettazione dell’emancipazione delle donne in tutti i comparti sociali, non ha fatto altro che mettere in discussione il retaggio culturale di alcuni “ maschi”, i quali non sono riusciti accettare questa prevaricazione da parte delle donne stesse.

Tale scompenso ha aumentato gli episodi di violenza, soprattutto all’interno delle famiglie episodi che spesso si trasformano in vere e proprie tragedie.

Con l’aumento della violenza di genere nasce l’esigenza da parte della “ pubblica morale” di creare una qualche forma di “tutela” giuridica.

Conseguentemente,  il  Legislatore, mosso dalla spinta mediatica ed inquisitoria   ha sentito la necessità di creare a tutti i costi un “ colpevole” e introduce nel nostro codice penale, delle fattispecie di reato formulate sulla  diversificazione del soggetto passivo del reato, pertanto,  nasce un diritto penale di “genere”.

Nel 2009 viene introdotto il reato di stalking ( art. 612- bis c.p.) denominato “ atti persecutori”,  potremmo definirlo un reato di evento, che  assembla  delle condotte già penalmente sanzionabili nel codice penale, quali le molestie e le minacce.

Altra riforma è il reato di “ femminicidio” introdotto con il d. l. n. 93 del 2013, il quale introduce delle aggravanti di pena qualora l’autore del reato abbia un interrelazione con la vittima e se quest’ultima sia di sesso femminile.

Quindi in gergo criminologico la donna viene considerata in senso “ vittimistico” rispetto all’uomo e  come tale necessita di tutela secondo un’ aprioristica concezione di soggetto passivo del reato.

E’ possibile arrestare il fenomeno?

“La prima uguaglianza è l’equità.” ( cit. Victor Hugo)

Il conflitto di genere non si risolve certamente con il trasformare la donna in una “specie” protetta , meritevole di diversa tutela, anzi , a mio avviso, questo atteggiamento crea maggior divario tra i sessi.

La società deve creare un modello paritario di    “genere” e propinarlo all’interno delle sue articolazioni, partendo,  in primis  dalla famiglia e dalla scuola.

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