Mi piace il verbo sentire …Sentire il rumore del mare, sentirne l’odore… il suono della pioggia che ti bagna le labbra, sentire una penna che traccia sentimenti su un foglio bianco… l’odore di chi ami, sentirne la voce e sentirlo col cuore. Sentire è il verbo delle emozioni, ci si sdraia sulla schiena del mondo e si sente…
– Alda Merini –

Ero al corso di formazione alla Mediazione familiare organizzato dalla Cooperativa C.R.I.S.I. di Bari. Era il settimo stage.

Non ricordo molto di quel giorno…

Cerco di sforzarmi per ricordare ogni singola parola, ogni singolo sguardo, ma ciò che echeggia nella mia mente erano solo forti emozioni che credo, o forse ne sono certa, rimarranno in me, nel mio cuore, per tutta la vita.

Avevo ormai compreso l’importanza e il potere della mediazione, tanto da convincermi che era giunto il momento di condividere il “mio conflitto”. Era davvero giunto il momento di “accogliere” il mio conflitto, di comprendere che cosa vuol dire “star seduto sulla sedia del mediato”.

L’esperienza diretta della stanza di mediazione suscita una particolare sensazione: dà la possibilità di intravedere un interessante parallelismo tra la posizione di corsista e quella del mediato.

Ho un conflitto e te ne voglio parlare!

Guardai quasi inconsciamente I.: era lì davanti a me e, con un fare gentile, ma allo stesso tempo sicuro, guardandomi accennò un timido sorriso. È stata proprio lei la persona con la quale ho condiviso la sedia della mediata.

Ad I. narrai di una amicizia, di una storia come tante altre. Le parlai di una storia fatta di comprensione più che di parole inutili. Le raccontai del mio “alter ego”, di due persone semplici, ma complesse e di una amicizia che ormai sembrava essere svanita.

Sentimenti contrastanti

“Il problema oggi non è l’energia nucleare, ma il cuore dell’uomo.”
-Albert Einstein-

Ma perché? Ma come? Basta.

Ero arrabbiata così tanto da non riuscire ad essere più la persona solare, amichevole, piena di gioia che tutti conoscevano. Mi era stata portata via una parte di me senza alcun preavviso.

I bisogni

Esiste un sesto livello di bisogni: i bisogni di trascendenza. Questi motivano a superare i propri limiti, a trascendere la propria individualità per riconoscersi come parte di un universo superiore di ordine divino, e spiegherebbero in parte alcuni aspetti legati a pratiche religiose e spirituali.
-La piramide dei bisogni di Maslow-

Ricordo che cominciai a parlare del mio conflitto partendo da alcuni episodi per me significativi, forse anche sconvolgenti, ma nostri.
I. mi ascoltò attentamente e fu prontissima ad interrompermi verbalizzando il dispiacere provato per non essere “stata compresa”.
Era vero? Era successo proprio questo?
Non avevo e non stavo comprendendo il bisogno celato dietro lunghi discorsi? Era chiaro a tutti ma non a me. Il suo bisogno era quello di sentirsi riconosciuta, realizzata… essere felice!
Era così impensabile per me che non riuscivo a comprendere quanto la cosa potesse essere importante per l’altra persona.

Riflettere le emozioni

È stato quello l’istante in cui avrei preferito “scappare” da emozioni troppo forti per me.

Le mediatrici cominciarono a riflettere, attraverso lo strumento dello specchio, quelle che erano le emozioni di I., i suoi desideri, i suoi bisogni.

Le parole delle mie compagna furono quasi delle coltellate.

Specchiarono ciò che io mi ero rifiutata di vedere proprio per darmi la possibilità di comprenderlo, di sentirlo.
Non era semplice per me ammettere di aver messo al primo posto un mio desiderio puramente egoistico piuttosto che il benessere di una persona cara.

Com’è difficile restare fermi sulla sedia del mediato!

«Ci poniamo delle mete, ne diventiamo schiavi. Siamo talmente impegnati a realizzarle, che non ci rendiamo conto che nel frattempo sono cambiate» (Eshkol Nevo – La simmetria dei desideri).

Il conflitto, com’è noto, molto spesso sorge dalla sensazione di non essere riconosciuti e, comunque con la sua progressione induce i suoi attori a riconoscersi sempre meno, spingendoli a sviluppare rappresentazioni reciproche monodimensionali, impedendo ogni possibilità di ascolto reciproco e svuotando lo strumento della parola di ogni possibilità espressiva profonda.

Le mediatrici specchiarono la rabbia, il dolore, la sofferenza per aver perso una persona importante. Parlarono di “lutto”, della mia perdita, del mio senso di solitudine.

La stanza, la magia

Quando i mediatori, il cui strumento principale è la parola, riescono, a far sentire riconosciuti gli attori del conflitto, allora riducono di molto il vuoto, l’isolamento, che tante volte il conflitto crea nelle persone.

Circolavano nella stanza emozioni che non erano solo mie.

È vero, era solo una “simulazione”, un “esercizio”, una “messa alla prova, I. stava solo “interpretando una parte”, ma avvenne comunque qualcosa di strano: le sue emozioni, quelle che in cuor mio conoscevo, erano lì accanto alle mie.

Io ed I. indossammo una maschera bianca.

Restammo in silenzio per qualche minuto. Ci guardammo…
Sotto quelle maschere non c’erano più due confliggenti, ma due persone a cui era stata data la possibilità di mostrarsi. C’erano due amici a cui era stata ridata la possibilità di (ri)guardarsi e di andare avanti.

Sotto quella maschera ero IO.

Sulla sedia del mediato

Immaginavo quanto possa essere difficile per una “persona in conflitto” doversi spogliare delle proprie vesti per presentare le proprie emozioni ai mediatori. Non è semplice parlare della propria storia se si tratta di un racconto caratterizzato da difficoltà, da sofferenza, da lutti, da solitudine.

Immaginavo di essere fortunata ad aver avuto la possibilità di sedermi su quella sedia in attesa che succedesse qualcosa.

Ci stavo veramente provando a cercare un nuovo punto di incontro.

Immaginavo di essere fortunata perché sedute davanti a me vi erano persone pronte ad ascoltare senza giudicarmi, ad accogliere le mie nudità e a farne tesoro. Qualsiasi emozione, qualsiasi sentimento, qualsiasi fatto, risuonavano alla perfezione nelle parole delle mediatrici.

Per questo motivo, credo di dover ringraziare con tutto il cuore le “mie mediatrici”; a loro va tutta la mia gratitudine per essere entrate in punta di piedi nelle nostre vite, per averle stravolte e per aver fatto ritornare il sole in un cielo ormai nuvoloso da tempo.

Il bisogno di essere riconosciuti

Alla base dei percorsi di mediazione vi è l’ascolto e la comprensione delle parti in conflitto innanzitutto come persone.

Mi avevano dato la possibilità di essere riconosciuta e, allo stesso tempo, di riconoscermi.

Avevano dato voce alle mie emozioni, avevano dato loro un nome per permettermi di riconoscerle e soprattutto di accettarle.

“Stare sulla sedia del mediato, nella simulazione di un conflitto non mio, è stata un’esperienza intensa. All’inizio credi di riuscire a rimanere distaccato perché non sono in gioco i tuoi sentimenti, non è in gioco il tuo dolore. Invece non è così. Non è quello che accade stando su quella sedia e, provando ad immaginare cosa poteva sentire l’altra persona, ho sentito anch’io. Ho sentito il bisogno di essere capita, ho sentito il bisogno di essere accettata. E poi mi sono sentita accolta, compresa perché è questo il potere della stanza di mediazione”.  –Ileana Giusto–   

La mia compagna “mediata”, che tutto aveva fatto tranne che scegliere di star lì, seduta su quella sedia, mi aveva donato il TEMPO. Mi aveva dato il tempo di comprendere, di accettare, di cambiare, di ritornare ad essere me stessa.
Lei è stata proprio “quella persona”. I., attraverso una specie di magia, non era lei.
Ed è proprio vero che la mediazione può trasformare uno scontro in un incontro. Nella stanza ci si ritrova.
Questo è il potere della stanza di mediazione, questo è il potere degli specchi che restituiscono dignità ai sentimenti e che soddisfano quel bisogno di riconoscimento che è tipico di ogni essere umano.

 

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci qui il tuo nome

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.